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[tre volte all'alba]

4 maggio 2012

[…] Guardava quella casa, davanti a sé, e pensava alla misteriosa permanenza delle cose nella corrente mai ferma della vita. Stava pensando che ogni volta, vivendo con loro, si finisce per lasciare su di loro come una mano leggera di vernice, la tinta di certe emozioni destinate a scolorare, sotto il sole, in ricordi. […]

[…] La donna non disse niente. Se ne stava con gli occhi fissi sulla casa. Ci mise un po’ a dire qualcosa. Stava pensando alla misteriosa permanenza dell’amore, nella corrente mai ferma della vita.

Alessandro Baricco, Tre volte all’alba – Feltrinelli Editore

[immagine foto_di_signorina]

[mai più complici]

1 maggio 2012
Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando l’ostetrica dice “non urli, non è mica la prima”. Imparano a cantare piangendo, a suonare con un braccio che pesa come un macigno per la malattia, a sciare con le ossa rotte. Portano i figli in braccio per giorni in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi, della città a piedi su e giù per gli autobus. Le donne hanno più confidenza col dolore. Del corpo, dell’anima. E’ un compagno di vita, un nemico tanto familiare da essere quasi amico, è una cosa che c’è e non c’è molto da discutere. Ci si vive, è normale. Strillare disperde energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa.
Cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza?
Perché sopporta chi sopporta, e come fa?
Quanto è alta la posta in palio?
Alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l’esistenza con una privata indicibile quotidiana penitenza.
Alcune ce la fanno, qualche altra trova nell’accettazione del male risorse per dire, per fare qualche cosa che altrimenti non avrebbe potuto. Grandissimi talenti sono sbocciati da uno sfregio.
Altrettanto grandi sono stati spenti.
Per mille che non hanno nome, una cambia il corso della storia.
Sono alla fine, gesti ordinari.
Chiunque può capirlo misurandolo su di sé.
Sono esercizi di resistenza al dolore.
Concita De Gregorio – Malamore. Esercizi di resistenza al dolore. – Ed. Mondadori
Dora Maar, Lee Miller, Marie Trintignant…tre donne citate nel libro, tre donne che hanno subito violenza dai loro compagni…ma anche altre storie di donne anonime che si sono trovate ad affrontare il dolore della violenza domestica.
In questi giorni si è parlato molto di femminicidio e di come si possa fermare questa assurda, inaccettabile violenza.
Una iniziativa di senonoraquando ci invita QUI a firmare la petizione, io l’ho fatto e tu?

[...]

18 aprile 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La tarda primavera mi infligge delle malinconie taglienti come lame di coltello. Qualcosa mi manca e mi taglia l’anima. Sono molto nervosa e al tempo stesso non ho voglia di fare nulla.
Vorrei buttarmi via. […]

Pierpaolo Vettori, Le sorelle Soffici – Elliot Edizioni

[immagine eva rubinstein]

18 agosto 2011

[ La vita accanto ]

 

Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia. Non c’è prospettiva d’insieme. Non c’è oggettività. La si racconta dall’angolo in cui la vita ci ha strette, attraverso la fessura che la paura e la vergogna che ci lasciano aperta giusto per respirare,  giusto per non morire.
Una donna brutta non sa dire i propri desideri. Conosce solo quelli che può permettersi. Sinceramente non sa se un vestito rosso carminio, attillato, con il décolleté bordato di velluto, le piacerebbe più di quello blu, classico e del tutto anonimo che usa di solito quando va a teatro e sceglie sempre l’ultima fila e arriva all’ultimo minuto, appena prima che le luci si spengano, e sempre d’inverno perché il cappello e la sciarpa la nascondono meglio. Non sa nemmeno se le piacerebbe mangiare al ristorante o fare il cammino di Santiago de Compostela o nuotare in piscina o al mare. Il possibile di una donna brutta è così ristretto da strizzare il desiderio. Perché non si tratta solo di tenere conto della stagione, del tempo, del denaro come per tutti, si tratta sempre di esistere in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo.  […]

La vita accanto, Mariapia Veladiano – Einaudi stile libero big

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Ci sono storie che già dalle prime righe sono destinate ad attaccarsi alla pelle, come tatuaggi e a risuonarti dentro come un diapason; quel genere di storie che già dalle prime parole sai che hanno qualcosa da dirti. Storie in cui puoi isolarti per ore, lasciando che tutto il resto scivoli via.
E’ raro trovare storie ben scritte e quando accade è piacevole lasciarsene catturare e di questi tempi non è poca cosa.
La vita accanto è una di queste storie (almeno per me).

Lei ne aveva parlato tempo fa nel suo blog e, siccome le sue segnalazioni sono sempre molto arricchenti, l'ho aggiunta alla mia personale lista di desideri e finalmente l’ho potuta toccare con i miei occhi.

Mariapia Veladiano – qui al suo primo romanzo -  ci racconta la vita di Rebecca, una donna nata bruttissima e per questo abituata a “esistere sempre in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo";  lo fa  con garbo, a tratti con una levità poetica quasi dolorosa per come ha saputo rendere leggere pagine cariche di drammaticità.
Una storia da cui mi sono fatta abbracciare con tutto il suo dolore e la sua fragilità: per certi versi è stato come affacciarsi su dolori e fragilità che mi appartengono, tanto erano vividi i déjà-vu celati tra le  righe.

La bruttezza della protagonista e il conseguente isolamento dal mondo in cui la sua famiglia la costringe, sono il mezzo per mettere a nudo le storie di dolore che hanno segnato la sua stessa famiglia,  scavando nell’anima dei personaggi che le vivono accanto. Sarà attraverso di loro che Rebecca potrà imparare da dove viene e quali sono stati i fatti che hanno determinato il suo vivere e coltivando una sua passione  saprà riscattare il suo destino.

…una lettura che richiede spazi  profondi di ascolto e che mi ha sorpresa per la scrittura; una scrittura davvero molto particolare, densa, per come riesce a rendere palpabili le immagini dell'anima e tutto quanto non è visibile ma solo intuibile.

Una lettura che mi sento di consigliarVi, appassionatamente.

[l'immagine è di Misti ed ha un suo perché...]

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18 giugno 2011


 

 

[…] Vedi, Nenona cara, come galoppa la fantasia? E sempre mi porta verso costruzioni molto democratiche, verso il senso semplice, elementare della terra e della povera gente. Mi accorgo che tutta la vita di città, di lusso, di movimento non ha lasciato su di me alcuna traccia, non ha per me nessuna importanza, la potrei perdere dall'oggi al domani senza dire ahi!: quel che non posso perdere è questo paese e questa casa, questi costumi di cotonina a fiori che sono più belli di tutte "les toilettes"». […]

Antonia Pozzi – Pasturo, 18 luglio 1938  da Lettere

 

[ immagine di Misti ]

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5 aprile 2011

[ corpi di scarto ]

 
[…] Ci vengo a cercare delle cose ogni tanto. Non hai mai sentito parlare dei cercatori? Questo posto di notte si riempie. C’è chi getta via cose inutili e chi pensa di trovare cose preziose. […]

[…] i sacchi d’immondizia invece finivano ammassati e immediatamente inutilizzabili. Il ferro arrugginiva, i tessuti si impregnavano di acqua sporca e tutto diventava morchia indistinta. Il vero nemico per gli abitanti della discarica era l’acqua. I tre camini continuavano a sbuffare ininterrottamente. I camion riversavano il loro carico direttamente nei forni, senza pretrattare, senza differenziare. Così in quei giorni finiva in fumo qualsiasi cosa, con tutti i livelli di diossina sopra la media, tanto nessuno li avrebbe respirati per una stravagante convinzione che l’acqua fosse in grado di ripulire l’aria. Nessuna analisi nei giorni di pioggia. E quelle nelle giornate di bel tempo venivano regolarmente evase. […]

Corpi di scarto, Elisabetta Bucciarelli - Verdenero noir di ecomafia,  edizioni Ambiente

In copertina una bambina, di bianco vestita.
Tra le mani un mazzo di mimose, sul viso ha dipinta un’espressione seria, quasi meditasse sul senso del suo essere lì, tra mucchi di sacchi che nulla lasciano all’immaginazione sul luogo in cui si trova: una discarica, il senso tangibile del degrado e tutto ciò che ne consegue.
Parrebbe in contrasto, quasi stridere, questa bambina dal viso intenso con la storia raccontata nel libro: un gruppo di persone che vivono la loro vita in una discarica,  in una Città che potrebbe essere la nostra. Iac un adolescente costretto a crescere in fretta, vive tra la casa della madre e la discarica dove trova ciò di cui ha bisogno per sopravvivere.
Il suo fratellino Tommi, piccolo essere in cerca di rassicurazione e premura.
Silvia attraente ragazza perbene, di cui Iac è innamorato, insicura e scontenta del proprio corpo.
E poi Saddam lo zoppo, il nero Argo, l’italiano Lira Funesta, Il Vecchio barbone, un cane, un chirurgo plastico alla ricerca della perfezione assoluta.
I ritmi di vita scanditi fuori dagli schemi usuali ma normali per chi vive in discarica. Una normalità che ci fa conoscere e toccare con mano attività abusive ed illecite che divengono norma, in un crescendo emotivo che coinvolge e appassiona.

Una storia che è anche una denuncia: ci sono esistenze che sembrano invisibili ed invece si trascinano davanti ai nostri occhi. Vite che si consumano nell’emarginazione e nel disagio. Vite che la società – cioè noi – finge di non vedere. Persone che manipolano la realtà per scopi e fini poco onesti e speculano sulla pelle degli altri. Vite vissute a margine.
Gli scarti della società che ci fanno paura perché diversi ai nostri occhi eppure così vicini a noi, per questo temuti e tenuti lontani. Scarti umani, rifiutati dalla propria famiglia, quasi come fossero immondizia ma che – nonostante tutto – hanno una loro immensa dignità e  nella loro anima c’è ancora posto per il bene che viene loro negato.
Gli  scarti quotidiani, fatti di cose inutili al nostro pensiero,  ma preziose per chi deve sopravvivere ad un abbandono, in questa società che definisce lo status e dove lo spreco quotidiano domina sovrano.
Gli  scarti di un corpo quando viene manipolato dalla chirurgia estetica che impone la visione perfetta, senza grinze, patinata, fredda nel suo essere nulla. Vuoti a perdere di vite vuote, senza colore se non quello dell’apparire.

Una storia che ci costringe a pensare, a riflettere su quanto ci accade attorno perché, come recitano le parole che aprono il libro, “siamo ognuno lo scarto parziale o totale di qualcuno”.

Una frase che mi ha toccato il cuore, che mi ha fatto pensare a lungo: una frase in cui credo ci sia un fondo di verità; tutti noi dovremmo indignarci e vergognarci un po’ quando fingiamo di non vedere – o non sappiamo vedere  -  che il degrado dei valori, delle relazioni umane,  emotivo,  è intorno e dentro di noi; lo si percepisce nelle distanze che prendiamo dagli altri innalzando muri o cadendo nella rete dell’indifferenza, più di quanto pensiamo.

Esserne consapevoli fa la differenza, per non divenire noi stessi solo scarti totali o parziali di qualcuno…perché quella bimba, in copertina, potrebbe essere ognuno di noi.

Corpi di scarto, il blog

Il blog di Elisabetta Bucciarelli

Per conoscere Verdenero

E ancora :

A video spento dedica tutta la settimana al libro, con approfondimenti e altri punti di vista. 
 

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12 gennaio 2011

[…] I romanzi sono una seconda vita.  Come i sogni di cui parla il poeta francese Gérard de Nerval, i romanzi rivelano i colori e le complessità delle nostre esistenze e sono pieni di persone, facce e oggetti che sentiamo di riconoscere. Proprio come nei sogni, quando leggiamo i romanzi siamo a volte così fortemente colpiti dalla straordinaria natura delle cose che incontriamo da dimenticare dove siamo e da immaginarci in mezzo agli eventi fantastici e alle persone che vediamo. In quei momenti, sentiamo che il mondo di finzione in cui ci imbattiamo e che ci fa divertire risulta più reale della realtà stessa. Che queste seconde vite ci appaiono più vere della realtà, spesso significa che scambiamo i romanzi per la vita, o almeno li confondiamo con l’esistenza vera. Ma mai ci lamentiamo di questa illusione, di questa ingenuità. Al contrario, proprio come in alcuni sogni, vogliamo che il romanzo che stiamo leggendo prosegua o speriamo che questa seconda vita continui a evocare in noi un costante senso di realtà e di autenticità. […]

[…]Ricerchiamo il cuore segreto del romanzo con la massima attenzione. Questa è l’operazione che più di frequente compie il nostro cervello allorché leggiamo un romanzo, a prescindere che lo faccia con ingenua inconsapevolezza o con sensibile ponderazione. A differenziare un romanzo da altri testi narrativi è proprio il fatto di avere un suo cuore segreto. O meglio, e più precisamente, un romanzo fa affidamento sulla nostra convinzione che vi sia un nucleo centrale che dobbiamo ricercare allorché lo leggiamo. […]

Orhan Pamuk – Repubblica 11 gennaio 2011 – brani tratti da “The Naive and The Sentimental Novelist” (Harvard University Press) che verrà tradotto e pubblicato in Italia da Einaudi.

[Un lungo brano in cui lo scrittore turco spiega dove nasce la passione per i grandi narratori..."la nostra seconda vita custodita nei romanzi" recita il titolo del lungo articolo, che potete leggere qui , che mi ha completamente assorbita....il mio cuore ha sorriso chè sempre, dentro un romanzo, lascio che le immagini dei sogni che ascolto formarsi mi prendano per mano...e mi portino via…]

 

[ immagine Misti ]

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4 gennaio 2011

 

"Scrivo perché imparai a leggere da bambino e la lettura mi procurò tanto piacere, mi fece vivere esperienze tanto entusiasmanti, trasformò la mia vita in una maniera così meravigliosa che credo che la mia vocazione letteraria fu una sorta di traspirazione, di derivazione da quella enorme felicità che mi dava la lettura.
In un certo modo, la scrittura è stata come il rovescio o il completamento indispensabile della lettura, che per me continua a essere la massima esperienza di arricchimento, quella che più mi aiuta ad affrontare qualsiasi tipo di avversità o fallimento. D'altra parte, scrivere, che all'inizio è un'attività che si mischia alla tua vita con le altre, con la pratica diventa il tuo modo di vivere, l'attività centrale, quella che organizza del tutto la tua vita.
La famosa frase di Flaubert che sempre cito: "Scrivere è un modo di vivere". Nel mio caso è stato esattamente così. È diventato il centro di tutto ciò che faccio al punto che non concepirei una vita senza la scrittura e, ovviamente, senza il suo complemento indispensabile, la lettura."

Mario Vargas Llosa – da LaRepubblica

Una pagina dell'inserto cultura di oggi.
Ho letto con avida curiosità il "perchè scrivo" di molti autori conosciuti. Ed ho scelto il perchè scrivo di Llosa perchè ho pensato alla me bambina che, immergendosi – anzi quasi perdendosi – nella lettura, viaggiava con la fantasia in mondi meravigliosi, creati da mani sapienti. E non so concepire me stessa senza un libro in mano. Così come mi piace scrivere, o almeno ci provo.
Scrivere – per me – è un balsamo emotivo.

…e per voi?

 

[ immagine dal web ]

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