Archive for agosto, 2005

30 agosto 2005

Vivere insieme
in una notte che non si perde
senza il ghiaccio dei tormenti notturni,
mano nella mano,
sicuri che lalba sia ancora lontana,
e sentire lo scroscio dellacqua
che cela nel lavandino
le mille arcane parole
di un vivere quotidiano.
Domani il cuore si aprirà alla vita
ed entreranno miriadi di giorni
come una selva di pellegrini
ad adorare quellunico mito
che è il tuo amore di donna.

Alda Merini, Uomini miei

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28 agosto 2005

L. Linch – Heartstrings II

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improvviso il silenzio

lucente denso intenso pulsante

riempie la pelle

essenza di due anime
fuse

 in un unico respiro

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27 agosto 2005


Klimt – Beethovenfries


Le piogge

Al sole brillano coi loro lustrini coi fili d’argento

le piogge son biondi capelli di sposa fanciulla

la tranquillità delle tegole molli

          mi penetra a poco a poco.

Nazim Hikmet

– colonna sonora, Inno alla Gioia di Beethoven –

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26 agosto 2005

Molti giri di giostra, la giostra dei cavalli, quella che ti fa sentire una principessa…un valzer dentro tazze da caffè che girano e che fanno girare la testa…un viaggio in una nave di pirati, dove ti trovi dentro una guerra di bucanieri e un mostro marino che vuole afferrarti la testa…uno spettacolo sul ghiaccio dove pensi di essere la protagonista della fiaba…un volo nell’aria che ti proietta direttamente nel cielo, in mezzo alle nuvole e l’anima vola via, leggera e senza peso…e tanta voglia di tornare bambina…emozioni di una giornata passata in un parco dove puoi, se lo desideri, cancellare tempo e spazio e lasciare che tutto ti scivoli dentro come se fosse una carezza…

Non saprei dire chi si è divertita di più, se io o la mia piccola: io e lei insieme abbiamo riso e giocato tanto…quello che è rimasto dentro è la consapevolezza, volendo, di poter chiudere tutto fuori e, anche solo per una giornata, aver ripreso per mano la bambina che è dentro me…

– non mi soffermo sul tempo passato in coda per accedere ad alcune attrazioni (abbiamo anche rinunciato), il costo del biglietto, il prezzo del parcheggio auto e altro…altrimenti la magia e la poesia scompaiono …

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23 agosto 2005

 A. Gockel – Biking in the moonlight

Il porto

Io vengo da mari lontani
io sono una nave sferzata
dai flutti
dai venti –
corrosa dal sole –
macerata
dagli uragani –

io vengo da mari lontani
e carica d’innumeri cose
disfatte
di frutti strani
corrotti
di sete vermiglie
spaccate –
stremate
le braccia lucenti dei mozzi
e sradicate le antenne
spente le vele
ammollite le corde
fracidi
gli assi dei ponti –

io sono una nave
una nave che porta
in sé l’orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.

Risogna la nave ferita
il primissimo porto –
che vale
se sopra la scia
del suo viaggio
ricade
l’ondata sfinita?

Oh, il cuore ben sa
la sua scia
ritrovare
dentro tutte le onde!
Oh, il cuore ben
sa ritornare
al suo lido!

O tu, lido eterno –
tu, nido
ultimo della mia anima migrante –
o tu, terra –
tu, patria –
tu radice profonda
del mio cammino sulle acque –
o tu, quiete
della mia errabonda pena –
oh, accoglimi tu
fra i tuoi moli –
tu, porto –
e in te sia il cadere
d’ogni carico morto –
nel tuo grembo il calare
lento dell’ancora –
nel tuo cuore il sognare
di una sera velata

quando per troppa vecchiezza
per troppa stanchezza
naufragherà
nelle tue mute
acque
la greve nave
sfasciata –

Antonia Pozzi, 20 febbraio 1933

– colonna sonora del post, "Be true to you" di Eric Andersen –

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21 agosto 2005

la tua vela d’oro

risplende nel mio mare incantato

acqua profonda e densa di luce

riflette colori di  onde mosse

sinfonia di cuori che vibrano

in scintille di luce

anime che si amano amando

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19 agosto 2005

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eco di un sogno notturno

polvere d’oro sottile brilla nel cuore

nell’anima riflessi di luce

accompagnano il silenzio
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18 agosto 2005

La parola del legno
non è uniforme,
è una polifonia
di rumori ardenti
che hanno come diapason
le foglie mosse dal vento.

Alda Merini – Uomini miei

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16 agosto 2005

Come ti amo? – Come ti amo? Lascia che ti annoveri i modi.
Ti amo fino agli estremi di profondità,
di altura e di estensione che l’anima mia
può raggiungere, quando al di là del corporeo
tocco i confini dell’Essere e della Grazia Ideale.
Ti amo entro la sfera delle necessità quotidiane,
alla luce del giorno e al lume di candela.
Ti amo liberamente, come gli uomini che lottano per la Giustizia;
Ti amo con la stessa purezza con cui essi
rifuggono dalla lode;
Ti amo con la passione delle trascorse sofferenze
e quella che fanciulla mettevo nella fede;
Ti amo con quell’amore che credevo aver smarrito
coi miei santi perduti, – ti amo col respiro,
i sorrisi, le lacrime dell’intera mia vita! – e,
se Dio vuole, ancor meglio t’amerò dopo la morte.

Elizabeth Barrett Browning

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13 agosto 2005

Yuko Akita aveva due passioni.

L’haiku.

E la neve.

L’haiku è un genere letterario giapponese. È una breve poesia di tre versi e diciassette sillabe. Non una di più.

La neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri.

Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio.

Ha un nome. Un nome di un candore smagliante.

Neve.

Il padre di Yuko era un monaco scintoista. Viveva nell’isola di Hokkaido, nel Giappone del nord, lì dove l’inverno è più lungo e rigido.

Insegnò al figlio la potenza delle forze del cosmo, l’importanza della fede e l’amore per la natura. Gli insegnò altresì l’arte di comporre haiku.

Un giorno dell’aprile 1884, Yuko compì diciassette anni. A sud, a Kyushu, cominciavano a fiorire I primi ciliegi. Nel Giappone del nord il mare era ancora gelato.

L’istruzione etica e religiosa del giovane era ormai ultimata. Era venuto per lui il momento di scegliersi un mestiere. Da molte generazioni i membri della famiglia Akita si dividevano tra religione e esercito. Ma Yuko non voleva diventare né monaco né guerriero.

“Padre,” disse il mattino del suo compleanno, in riva al fiume argentato, “voglio diventare poeta.”

Il monaco aggrottò la fronte in modo quasi impercettibile ma tuttavia rivelando la delusione profonda. Il sole si rifletteva nelle increspature dell’acqua. Un pesce-luna passò tra le betulle e poi svanì sotto il ponte di legno.

“La poesia non è un mestiere. È un passatempo. Le poesie sono acqua che scorre. Come questo fiume.”

Yuko tuffò lo sguardo nell’acqua silenziosa e lesta.

Poi si voltò verso il padre e disse:

“E’ esattamente quello che voglio fare. Imparare a guardare il tempo che scorre.”

“Cos’è la poesia?” domandò il monaco.

“E’ un mistero ineffabile,” rispose Yuko.

Un mattino, il rumore della brocca dell’acqua che si spacca fa germogliare nella testa una goccia di poesia, risveglia l’animo e gli conferisce la sua bellezza. È il momento di dire l’indicibile. È il momento di viaggiare senza muoversi. È il momento di diventare poeti.

Non abbellire niente. Non parlare. Guardare e scrivere. Con poche parole. Diciassette sillabe. Un haiku.

Un mattino, ci si sveglia. È il momento di ritirarsi dal mondo, per meglio sbalordirsene. Un mattino, si prende il tempo per guardarsi vivere.

Da “Neve” di Maxence Fermine

La poesia è amore. È un canto che si leva dalle pieghe nascoste dell’anima e dipinge di colore le emozioni.
“Neve” è una poesia d’amore, una storia che lascia dentro il cuore il bisogno di colorare se stessi con tutte le sfumature dell’amore che è Vita. Poesia di un sogno che diviene realtà.

colonna sonora del post Neve, Audio2 –

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