Archive for marzo, 2006

30 marzo 2006

L’adulta

Tutto ciò su lei stava ed era il mondo,
stava su lei con tutto, pietà e ansia, come alberi
che crescono diritti, come arca dell’alleanza,
e solenne, come rivolto a un popolo.

E lei lo sosteneva tutto intero,
ciò che vola, che fugge, che è lontano,
l’immenso, il non appreso ancora, calma
come la portatrice d’acqua regge
la brocca colma. Finchè a mezzo il gioco,
trasformando e altro preparando,
insensibile il primo velo bianco
sul volto aperto adagio scivolò,

diafano quasi e per non più levarsi,
e chi sa come a ogni domanda una
sola, vaga risposta replicando:
in te, che un tempo fosti bambina, in te.

Rainer Maria Rilke

Maria Privi ha scritto un post sul cambiamento che avviene in noi, sui “veli” che cadono improvvisamente e che ci mettono di fronte a qualcosa di noi che non riconosciamo più.  Mi ha fatto pensare molto questo suo post, in particolare ha messo in moto una serie di riflessioni sul mio sentire profondo, il sentire di “pancia” a cui si fa riferimento. Un sentire che parte dalle viscere, da dentro; mi sono ritrovata in questo suo sentire e il bello del cervello di pancia è anche questo: riconoscersi e sentirsi vicini, lei direbbe un sentire uroborico. Non parlo volentieri del mio cervello di pancia, perché il più delle volte le persone sorridono e scuotono la testa. È  un Tutto che ti fa stare bene o male e cambia in continuazione…diventa a volte un ribollire forte e impetuoso che assomiglia al Brodo primordiale, o una musica dolce che ti accarezza o incazzatura che sale ed esplode…è essere in sintonia con te stessa e con il mondo…dove ogni cosa ha un colore, che preoccupa se intorno vedi grigio e opaco. La scienza lo chiama intelligenza emotiva, lo studia, ma io questa cosa la sento da tempo immemore, da quando ero bambina, tanto che a volte mi chiedo se sono nata così o se questo brodo l’ho costruito io per imparare a conoscere il mondo; ci siamo scambiate opinioni su questo e l’altra sera leggendo la poesia di Rilke ho pensato alla fragilità intesa come uno stato di forza e l’ho sentita esplodere dentro le parole. L’abbiamo condivisa questa poesia ed ora lo faccio anche qui. Sono parole che ho accolto come un segno, quel velo che cadendo ti lascia con l’anima nuda facendoti sentire vulnerabile, quasi violata nell’intimo…quel “fosti bambina, in te” a richiamare alla mente uno stato dell’anima che ci rende unici: ecco perché per me diventa sempre più importante fermarmi ed ascoltare.

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28 marzo 2006

[fotografia di Ansel Adams]

“Mare dentro, in alto mare – dentro, senza peso nel fondo, dove si avvera il sogno: due volontà che fanno vero un desiderio nell’incontro. Un bacio accende la vita con il fragore luminoso di una saetta, il mio corpo cambiato non è più il mio corpo, è come penetrare al centro dell’universo: l’abbraccio più infantile, e il più puro dei baci fino a vederci trasformati in un unico desiderio. Il tuo sguardo, il mio sguardo, come un’eco che va ripetendo, senza parole: più dentro, più dentro, fino al di là del tutto, attraverso il sangue e il midollo. Però sempre mi sveglio, mentre sempre io voglio essere morto, perché io con la mia bocca resti sempre impigliato dentro la rete dei tuoi capelli”. 

Tratto da Mare dentro, di A. Amenàbar

Un raro momento di solitudine, di quiete silenziosa e piena di intima musica avvolge il mio essere più profondo…chiudo gli occhi e “sento”…

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26 marzo 2006

[immagine Kim Anderson]

Io e te

Il tuo cuore e il mio cuore
due prati in fiore che
larcobaleno unisce.
Il mio cuore e il tuo cuore,
due bimbi addormentati
che unisce la via lattea.
Il tuo cuore e il mio cuore
son due rose che unisce
lo sguardo compiaciuto delleterno.

Juan Ramon Jimenez

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23 marzo 2006

Camminando…

fiocchi colorati attraversano i miei occhi
farfalle – giocano nell’aria
dipingono strisce iridescenti
ali di minutissimo bagliore

ho respirato il colore del cielo
…e il sogno è diventato un pensiero…

Blue

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21 marzo 2006

[ immagine Robert Doisneau – Les amoureax aux poireax ]

Guardo in ginocchio la terra
guardo lerba
guardo linsetto
guardo listante fiorito e azzurro
sei come la terra di primavera amore,
io ti guardo.

Sdraiato sul dorso vedo il cielo
vedo i rami degli alberi
vedo le cicogne che volano
sei come il cielo di primavera, amore,
io ti vedo.

Ho acceso un fuoco di notte in campagna
tocco il fuoco
tocco lacqua
tocco la stoffa e largento
sei come un fuoco di bivacco alladdiaccio
io ti tocco.

Nazim Hikmet

Hikmet e Doisneau, insieme dentro un libro di poesie…le poesie damore di Hikmet; un libro che sembra un petalo,  vellutato e delicato…sfogliarlo fa venire i brividi per la bellezza e la trasparenza delle parole e il calore avvolgente delle immagini..lo dedico al mio cielo, filigrana per lanima…una carezza delicata e soave…

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20 marzo 2006

Il Calamaio

Che belle parole
se si potesse scrivere
con un raggio di sole.

Che parole dargento
se si potesse scrivere
con un filo di vento.

Ma in fondo al calamaio
cè un tesoro nascosto
e chi lo pesca scriverà parole
doro
col più nero inchiostro.

Gianni Rodari

Una mattina passata in libreria a contato con parole e carta…annusando (come sempre) e perdendomi dentro le parole…parole che accarezzano, parole che tagliano come lame, parole che baciano, parole che stringono in un abbraccio, parole che sorridono, parole che amano…parole che lasciano impronte nellanima…impronte, tracce indelebili di Noi

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17 marzo 2006

[immagine ornella erminio]

Prato

La terra

s’è velata

di tenera

leggerezza.

Come una sposa

novella

offre

allibita

alla sua creatura

il pudore

sorridente

di madre

Giuseppe Ungaretti

…un petalo…una carezza…per il mio cielo che stringe i miei occhi nel suo cerchio di luce…

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15 marzo 2006

[immagine www.ladonnadelmare.com]


“…la cattedrale sono io – anzi, è ciascuno di noi. Continuiamo a crescere, a mutare la nostra forma, ci confrontiamo con alcune debolezze che devono essere corrette, non sempre scegliamo la soluzione migliore…eppure, nonostante tutto, andiamo avanti, sforzandoci di procedere eretti, in modo corretto, cosicché ci sia possibile onorare non le pareti, né le porte o le finestre, ma lo spazio vuoto che esiste dentro, lo spazio in cui adoriamo e veneriamo ciò che abbiamo di più caro e importante. Sì senza dubbio noi siamo una cattedrale. Ma che cosa c’è nello spazio vuoto della mia cattedrale interiore?…”

tratto da “Lo Zahir” di P. Coelho


Il protagonista del libro sentiva di avere uno spazio vuoto dentro di sé che gli impediva di amare in modo pieno e totale; qualcosa che si era sempre negato, qualcosa che mancava perché si sentisse completo e che gli toglieva serenità. Leggendo la storia e questo brano in particolare, ho iniziato a pensare al mio spazio vuoto, a quello spazio dentro me a cui non avevo dato mai una forma e un colore; un vuoto grande che anche io sentivo di avere. Uno spazio che fosse solo mio e che mi ero sempre negata, o che mi era stato negato. La mia fragilità forse arrivava da lì? Da quel senso di vuoto, di incompiuto che premeva sul cuore facendomi sentire sempre più sola e lontana dagli altri? Facendomi sentire inadeguata? Mi sono fermata. Pensare a me a ciò che sono e che voglio era diventato un bisogno troppo grande ed importante. Ho cominciato con l’accettare il passato e perdonare me stessa e poi  ho provato a riempire quel vuoto dipingendolo con i miei colori e le mie sfumature. Scoprire di poterlo fare mi ha dato serenità e gioia. Prendere decisioni importanti e proseguire verso i miei obiettivi è diventata la mia forza, pur rimanendo dentro fragile.

[riflessione nata sul filo di emozioni condivise…]

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13 marzo 2006

Armonia di corolle

dischiuse in terra

feconda di sole.

Farfalle ornate di gemme

tingono voli colmi

di incanti

nell’aria satura

di profumi e colori

trasparenti.

Blue

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10 marzo 2006

 [immagine dellillustratrice Nicoletta Costa]

Un venerdì come tanti, un mezzogiorno come tanti da settembre ad oggi. Un altro venerdì a mensa con i bambini. Il mio orario di servizio è anche questo. Tutto come sempre, sì: il vociare, il ridere, il raccontarsi la mattina appena passata, l’appuntamento per l’allenamento. Tutto come sempre. Seduta tra i miei alunni osservo e ascolto questa cacofonia di suoni. Oggi mi sento molto stanca, la settimana è stata pesante e impegnativa, per un attimo mi estraneo dal contesto e penso di essere per un momento fuori, all’aria aperta ad assorbire il profumo di terra e di erba, il profumo del sole che oggi è tiepido e racconta la primavera. Un movimento accanto a me attira la mia attenzione. Una collega di prima si avvicina e mi chiede se posso aiutarla con Caterina che non vuole saperne di stare seduta accanto a Matteo, un bambino disabile. Per favore, vieni, sta facendo una scenata terribile. Lo chiedo a te, dice, perché so avete un certo feeling. È vero. Con Caterina è stata una simpatia a prima vista. Risale al primo giorno di scuola quando io, fotografa ufficiale della scuola, dovevo farle il ritratto di rito per i  primini. Lei mi guardava intimorita e frastornata, cercai di rassicurarla con un sorriso e scattò una sorta di empatia: la guardavo e vedevo un’altra bambina, una bambina che moltissima anni prima aveva avuto le stesse paure. In effetti si stabilì questa specie di contatto a distanza. Capitava che a pranzo volesse sedersi accanto a me, oppure nel tavolo vicino. Una bambina molto intelligente e intuitiva, così la definiscono le sue maestre. Una bambina che però fa molta fatica a relazionare con i suoi compagni. Per questo spesso mi hanno chiesto aiuto su come agire per aiutarla. Io dico che è una bambina a cui questa “scuola” va stretta. Sono perplessa, non mi piace intervenire in questi casi, mi sembra di togliere autorevolezza all’insegnante di classe. Però penso ai bambini che manifestando un disagio così forte chiedono aiuto e lo devono in qualche modo avere. Mi avvicino, lei ha la testa appoggiata al tavolo, chiusa a riccio ed è rigida nei movimenti. Le accarezzo la testa piano e le parlo in un orecchio (intanto io mi sono messa al suo livello, in ginocchio, cerco il contatto visivo che non sarà immediato); lei non risponde ma manda segnali forti. Allora le prendo una mano e le dico: quando vuoi rispondere “sì” muovi da questa parte (muovere il polso a destra), quando è “no" da quest’altra (muovere il polso a sinistra). Così inizia il nostro colloquio. A ogni domanda una risposta, con il movimento della mano. La cosa buffa erano i visi dei bambini al tavolo e della collega che assistevano a questo tam tam comunicativo. Alla fine, dopo circa cinque minuti, lei ha alzato la testa e ha iniziato a mangiare. Stando seduta accanto a Matteo. La collega guardandomi in tralice mi ha chiesto: “Ma cosa caspita le hai detto?” “Nulla di chè, ho risposto io, tra simili ci si riconosce!” Non credo abbia capito, mi ha guardato come se fossi un’aliena. Dicendo questo volevo dire semplicemente che bisogna saper cogliere i segnali che i bambini ci mandano, intervenire aggirando l’ostacolo. Prendere di petto, molto spesso non serve e crea ancora più disagio.  Ho pensato tutto il giorno a questo episodio, che è uno tra i tanti; ho pensato a questa empatia che sviluppo con i bambini che tutti definiscono difficili. Una definizione che a me non piace. Non esistono bambini difficili, esistono bambini che chiedono di essere ascoltati. Saper cogliere queste sfumature diventa indispensabile nella relazione educativa. La scuola è anche questo. Io lo so perché sono stata una bambina non ascoltata.

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