Archive for luglio, 2008

31 luglio 2008

Appunti di viaggio II

I poeti

…scavano nelle punteggiature di tracce emotive.

M’acquieto nell’ascolto e il mormorio dentro si fa sottile
…non più rumore assordante che agita l’anima, ma lentezza che scioglie gli affanni e li ricompone in riccioli di memorie e odori.

…scavano leggendo versi e i miei occhi vagano lontano, cercano ciò che ancora deve essere detto…assorbo il tepore che riallaccia le mie scollature con il mondo.

…scavano…ancora e ancora, in profondità…affondo le dita nelle sacche sabbiose della mia incompiutezza, chiusa nel guscio dell’ inquietudine  e mi arrampico sui muri delle ombre.

…scavano nelle parole, a mani nude, sembrano pizzicare le corde di una chitarra e la loro musica si  compone sul pentagramma del tempo.

[terzolas, 26 luglio 2008]

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A volte

A volte, poi,
ci opprime la paura
che la bellezza
possa non bastare.

Eros Olivotto, Sipari

*

Il risveglio

Non serve che alcuno
mi dica cosa accade.
Il corpo parla le sue frasi
speciali di quando si sveglia
a primavera e si guarda
attorno attonito.

Di quanti colori
sa tingersi il dorsale.

Perché sei l’occasione
della mia poesia?
(Saresti potuto
essere un altro?)

Il corpo lo sa
che la vita
vuole la vita,
la chiama, la esige.
Devo dire di sì.
Devo andare
(e poi, semmai, restare).

Paola Loreto, La memoria del corpo

Eros Olivotto e Paola Loreto, due tra i poeti presenti a Terzolas…nelle loro parole ho sentito le mie corde vibrare.

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29 luglio 2008

Appunti di viaggio

Case di pietra e silenzi di sale.
Ho rallentato il passo
percorrendo accenti diversi e da una distanza vicina guardo nel catino delle ombre.

Le parole di poesia mi  scorrono sulla pelle come acqua di fiume
lente, penetrano nelle anse di memorie e ricordi
depositano granelli di palpiti e ansie
di vibrazioni e paure
di pensieri incessanti che abitano gli occhi

ascolto, annuso, stringo questa marea  di suoni…un poco discosta da me
cercando di toccare le voci che sento arrivare da lontano.

Lì, dove la solitudine mi tiene compagnia aspetto la traccia di sillabe nuove, in una lacrima dove nascondo il dolore che mi sfiora la mano.

[terzolas, 26 luglio 2008]

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25 luglio 2008

e trattenerla su una pellicola in bianco e nero
questa mia incontenibile voglia
di scriverti con le mani
l’incendio dell’anima.

[immagine Arsomnia]

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21 luglio 2008

Il mistero del vuoto

Stamattina nel mio dormiveglia, che di solito è sofferto e angoscioso, ho provato ad avere il sopravvento sui pensieri che mi investivano. Non so perché l’ho fatto, visto che in quelle condizioni, in genere, non posso far altro che subire passivamente quel turbinio di sensazioni spiacevoli, che sembra senza alcuna via d’uscita.
Invece qualche coincidenza neutrale ha voluto regalarmi, stamattina, un appiglio di attività: ho potuto contemplare la mia angosci da lontano.. ed ho compreso che pensieri, sensazioni e sentimenti, per quanto siano angosciosi o leggeri, sono sempre legati al linguaggio, cioè a una loro formulazione verbale.
Ho intuito questa verità: se non c’è linguaggio non c’è stato d’animo. Pur essendo stato sempre convinto del contrario, cioè di una radicale indipendenza e precedenza delle emozioni sul linguaggio, questa volta ho voluto percorrere la via opposta, secondo cui non posso essere “preoccupato” se nella mia mente non c’è la formulazione a parole del motivo e della constatazione del mio disagio.
È possibile? Mi è parso di sì. Nel mio dormiveglia, venivo come investito da una catena di frasi ininterrotta; una volta formulate, una volta che mi avevano raggiunto, sganciavano su di me il loro potere emotivo.
Una lunga catena di frasi che ora avevo il privilegio di contemplare e rappresentare come una fila di lettere che spuntavano da dietro l’orizzonte di un pianeta sferico, senza alcun potere emotivo su di me. Io sono sempre stato
qui dove le frasi arrivano già compiute; mi sono sempre immerso in esse, ho sofferto per ciò che dicono.
Ma stamattina ho voluto risalire il fiume fino alla sorgente, fino all’origine del mio linguaggio e mi sono subito trovato prigioniero di un paradosso. Non potevo dire: “Ora vado dove ancora il linguaggio non c’è”. Potevo andare oltre l’orizzonte sferico purché abbandonassi il linguaggio, il che equivaleva ad abbandonare la possibilità di descrivere l’esperienza che stavo per fare, di  ricordarla, di conoscerla. Ma ancor di più equivaleva ad abbandonare il mio stesso
Io, il mio essere Soggetto, verso un vuoto totale: assenza di parole, identità, emozioni.
Sono tornato subito indietro, sulla riva del fiume impetuoso di frasi, gravide di emozioni, e ho riflettuto allora su chi fossi io veramente: quel turbine di parole che meccanicamente si creavano secondo rapporti di associazione? Oppure quel viaggiatore che voleva staccarsi da esse per tornare alla sorgente del fiume? Oppure ancora il vuoto che mi circondava?
Tutte e tre le cose insieme.
Ho usato la parola “mistero”, perché è una parola di origine antichissima che si riferisce al “non detto”, a ciò che non si può dire perché fuori del linguaggio.
Ma ciò che a me interessa mettere in evidenza dell’esperienza appena descritta, non è tanto la relazione problematica tra emozioni e parole, quanto l’esistenza di un immenso scenario vuoto dove esse si incontrano: dentro di noi, nella nostra psiche, c’è un nucleo vuoto, dove nessuna parola può attecchire, dove non esistono emozioni, dolore, ma che tutto precede; nel vuoto non c’è movimento, non c’è spazio né tempo, non c’è pensiero.
Nel vuoto che è dentro di noi non c’è spazio per la nostra identità; il vuoto circonda silenziosamente il fiume delle nostre parole, così come i muti spazi della volta celeste abbracciano indistintamente stelle e pianeti.
Credo che per me sia importante riuscire a farmi vuoto e trovare rifugio in esso, prima di ogni esecuzione.
Già alcuni giorni prima di ogni concerto, sento le mie energie ritirarsi, la mia capacità linguistica si annulla. Mi è difficile persino parlare. Il vuoto si fa strada da solo, per lasciare spazio progressivamente alla musica e all’emozione.

Giovanni Allevi, La musica in testa – Rizzoli

[immagine Klimt]

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19 luglio 2008

Mi muovo assecondando il passo di un battito.  Ferma sui margini di una pausa, tra una nota stonata e un accordo mancato.
Le mani nascondono agli occhi ciò che il cuore conosce, nella premura di voler ritrovare il respiro del tempo lento.
Da una fessura dell’anima osservo le mie unghie graffiare sui vetri della distanza, imprimendo negli occhi la traccia di pace,  nascosta in uno scrigno colmo di pensieri nudi.
I confini di un’assenza si aprono dentro una scheggia di luna che buca lo sguardo e lo tiene avvinto in una moltitudine di lampi ed in una lama di coltello che affonda nel pane caldo, a liberare il sapore buono che affiora sulle labbra dell’attesa.

[immagine Arsomnia]

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14 luglio 2008

[in pausa]

[Da lì. Dal punto più alto delle mie pause…Ti volo nellanima.]

(immagine P.Adrian)

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11 luglio 2008

Non fare arte, lasciala farsi.

Camillo Sbarbaro

[Pensieri sottovoce]

Una serie di tele di Furio in cui il colore è libero di prendere forma.
Gocciola.
Ogni volta nuova forma, i colori sono gli stessi. Blu, nero, rosso, giallo, bianco.
E quel cerchio ad accogliere.

Gocciolare colore con la consapevolezza di stare compiendo una traccia di sé.
Una traccia intima che si materializza sulla tela.
A  raccontare di una luce nascosta, quella luce che si chiama sentire.

…soffermandomi tra questi colori gocciolanti,  ho pensato alla forza della parola, alla luce nascosta in un tessuto di frasi, di versi poetici.
Intrecciare parole potrebbe essere simile a questo gocciolare colore apparentemente casuale…scrivere è raccontarsi, raccontare il viaggio dentro…gocciolando sillabe che formano parole che danno vita al dire nascosto…

…e quella frase di Sbarbaro che apre questi pensieri – forse un po’ sconnessi – ci vuol forse dire proprio questo?…che dobbiamo lasciare gocciolare noi stessi su tele o fogli bianchi per divenire noi stessi colore?…

immagine: Furio Galli – acrilico su carta India, Dedicato a Marina.

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10 luglio 2008
[…]

Bontà
a cui beve il suo canto
il cuore
e di cantare non può più finire –
perché sei la sorgente che rifà
il sorso bevuto
ed il suo fondo
non si tocca mai.

Antonia Pozzi

Per chi volesse approfondire la conoscenza di Antonia ora è possibile qui, nel sito a Lei dedicato.

[immagine Misti]

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7 luglio 2008

                         ombre di suoni rossi
  
 –  in un grembo di terra fertile –
               
                         a vestire i graffi delle mie fragilità

[Blue]

(immagine F. Coenders)

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4 luglio 2008

Amati Versi

Dyo mi ha incatenata in un meme che stupendo è dir poco, dato che si tratta di poesia e che di poesia sono innamorata.
Come ogni meme/catena anche questa ha delle regole precise – regole che più sotto potrete leggere – …solo che io non sono stata capace di fermarmi a cinque poeti ed ho ampiamente disatteso ogni regola, perché…

[…] Perchè la poesia, non è vero, ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nellanima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dellarte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare. La poesia è una catarsi del dolore, come l’immensità della morte è una catarsi della vita. Quando tutto, ove siamo, è buio ed ogni cosa duole e l’anima penosamente sfiorisce, allora veramente ci sembra che ci sia donato da Dio chi sa sciogliere in canto il nodo delle lacrime e sa dire quello che a noi grida, imprigionato, nel cuore. Per chi ai suoi giorni non vede più che un colore di tramonto e sente, attraverso il suo cielo, salire l’estremo pallore; per chi ancora beve, con occhi allucinati, l’incanto delle cose, ma non sa, non può (perché è troppo tardi – perché non c’è più forza – perché tutto è stato bruciato, fino all’ultima stilla) tradurlo in più parole, ah, Tullio, è come rivivere trovare un’anima giovane che sprigiona il nostro stesso canto inespresso. […]

Antonia Pozzi ( passo da una lettera a Tullio Gadenz dell’11 gennaio 1933 tratta da “L’età delle parole è finita” – lettere 1927/1938.  Editore Rosellina Archinto, Milano)
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Regolamento.

1- Scrivere il nome di almeno cinque poeti di ogni tempo e luogo dei quali si è innamorati.
2- Citare alcuni versi significativi di almeno uno dei poeti elencati.
3- In aggiunta o in alternativa al punto 2 citare almeno un PROPRIO componimento poetico, o anche soltanto alcuni versi di esso.
4- Per i veri patiti dellarte poetica, sarebbe gradito un componimento, anche brevissimo, appositamente creato e pubblicato.
5- Infine incatenare altri bloggers raccomandando il rispetto di queste semplici regole.

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Antonia Pozzi

Confidare

Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,
come il sole:
potresti far fiorire
i gerani e la zagara selvaggia
sul fondo delle cave
di pietra, delle prigioni
leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta
come larabo avvolto
nel barracano bianco,
che ascolta Dio maturargli
lorzo intorno alla casa.

Emily Dickinson

L’acqua è insegnata dalla sete.
La terra dagli oceani traversati.
La gioia, dal dolore.
La pace, dai racconti di battaglie.
L’amore, da un’impronta di memoria.
Gli uccelli, dalla neve.

Giuseppe Ungaretti

SOLITUDINE

Ma le mie urla
feriscono
come fulmini
la campana fioca
del cielo

Sprofondano
impaurite

Pedro Salinas

Non trattenerti mai
quando vorrai cercarmi.
Se vedi mura d’acqua,
ampi fossati d’aria,
siepi di pietra o tempo,
guardie di voci, passa.
Ti aspetto con un essere
che non aspetta gli altri:
solo per te c’è spazio
là dove io ti aspetto.
Nessuno può incontrarsi
lì con me eccetto il corpo
che ti conduce, come
un miracolo, in bilico.
Intatto, inalienabile,
un grande spazio bianco,
azzurro, in me, non vuole
nient’altro che i tuoi voli,
i passi dei tuoi piedi;
non si vedranno mai
in esso altre orme.
E se a volte mi guardi
come a un prigioniero,
tra cose astruse,
o dietro delle porte,
pensa alle alte torri,
alle tremule cime
dell’albero, ben saldo.
Le anime delle pietre
che sono all’opera
è sulla punta estrema
della torre che aspettano.
E loro, uccelli, nuvole,
non si sbagliano: lasciano
che passino al di sotto
gli uomini ed i giorni,
e vanno in alto,
sulla cima dell’albero,
l’apice della torre,
sicuri che lassù,
sulle frontiere estreme
del loro esser terreni,
è dove si consuma
ogni amore gioioso,
solitari ritrovi
della carne e le ali.

Rainer Maria Rilke

Il profumo

Chi sei tu, Incomprensibile: tu Spirito,
come da dove e quando sai trovarmi,
tu (accecamento) che fai così intimo
l’intimo spazio che si chiude e su sé ruota.
L’amante che una donna stringe a sé, non l’ha vicina.
Tu sei la sola, unica vicinanza. E chi non hai
impregnato di te quasi tu fossi a un tratto
dei suoi occhi il colore?

Ah, chi vedesse in uno specchio musica,
vedrebbe te e apprenderebbe il tuo nome.

Alda Merini

Paura dei tuoi occhi,
di quel vertice puro
entro cui batte il pensiero,
paura del tuo sguardo
nascosto velluto d’algebra
col quale mi percorri,
paura delle tue mani
calamite leggere
che chiedono linfa,
paura dei tuoi ginocchi
che premono il mio grembo
e poi ancora paura
sempre sempre paura,
finchè il mare sommerge
questa mia debole carne
e io giaccio sfinita
su di te che diventi spiaggia
e io che divento onda
che tu percuoti e percuoti
con il tuo remo d’Amore.

Wislawa Szymborska

Accanto a un bicchiere di vino

Con uno sguardo mi ha reso più bella,
e io questa bellezza l’ho fatta mia.
Felice, ho inghiottito una stella.

Ho lasciato che mi immaginasse
a somiglianza del mio riflesso
nei suoi occhi. Io ballo, io ballo
nel battito di ali improvvise.

Il tavolo è tavolo, il vino è vino
nel bicchiere che è un bicchiere
e sta lì dritto sul tavolo.
Io invece sono immaginaria,
immaginaria fino al midollo.

Gli parlo di tutto ciò che vuole:
delle formiche morenti d’amore
sotto la costellazione del soffione.
Gli giuro che una rosa bianca,
se viene spruzzata di vino, canta.

Mi metto a ridere, inclino il capo
con prudenza, come per controllare
un’invenzione. E ballo, ballo
Nella pelle stupita, nell’abbraccio
che mi crea.

Eva dalla costola, Venere dall’onda,
Minerva dalla testa di Giove erano più reali.

Quando lui non mi guarda,
cerco la mia immagine
sul muro. E vedo solo
un chiodo, senza il quadro.

Charles Baudelaire

LE SOLEIL

Lungo i vecchi sobborghi, dove imposte squassate
nascondono all’interno lussurie inconfessate,
quando il sole crudele manda dardi violenti
sulla città sui campi sui tetti sui frumenti,
comincio l’esercizio della scherma fantastica,
dovunque della rima fiuto azzardi e contrasti,
sulle parole inciampo come su un lastricato,
urtando qualche volta su versi che ho sognato.

L’almo padre, nemico alle languenti cose
risveglia per i campi sia i vermi sia le rose,
tutti gli affanni al cielo egli fa evaporare,
e di miele riempie le menti e gli alveari.
È lui che la freschezza ridona agli sciancati
e li fa somigliare a giovinette liete,
e ordina alle messi di divenir mature
in quel cuore immortale che sempre vuol fiorire.

Quando come un poeta, scende in mezzo alla gente
nobilita la sorte delle cose più spente,
e avanza come un re, senza paggi e schiamazzi,
in tutti gli ospedali e in tutti i palazzi.

Anna Achmatova

Taccio talvolta al mattino
Ciò che il sogno m’ha cantato.
Io e un raggio e la rosa
Vermiglia abbiamo lo stesso destino.
Dai colli declivi scendono le nevi,
E io sono più bianca della neve,
Ma dolcemente sogno rive
di fiumi torbidi in piena.
Il fresco stormire d’un boschetto d’abeti
È più quieto dei pensieri dell’alba.

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Una tra le mie:

anima bambina
ti soffermi
sulla spiaggia dei ricordi

odore di libertà in un battito d’ala

tra coriandoli di tempo
e respiri di infinito
sfiori
gocce di memoria

 in granelli di polvere
che graffiano il cuore

Ed una scritta all’uopo:

Poesia è musica.
Parole come note a comporre suoni.
Corde di violino tese sugli sguardi della vita
leggendo nei solchi di memoria
immagini d’anima.

Infine, passo il meme a chiunque voglia raccontare se stesso in poesia.

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