Archive for dicembre, 2008

31 dicembre 2008

cercarsi

dentro lettere scritte con le  labbra

vuoti di parole

a cui donare lanima

Blue

(immagine Arsomnia)

[ auguri per il nuovo anno che viene…possa esser ricco di bene e di pace del cuore ]

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28 dicembre 2008

<<Se non ho altra voce>>

Se non ho altra voce per doppiare
in echi d’altri suoni il mio silenzio,
parlerò, parlerò, fino a scovare
la parola celata che mi esterni.

E la dirò, contratto, tra sterzate
di freccia che avvelena anche se stessa,
o alto mare ostruito di vascelli
dove il braccio annegato ci fa cenno.

E spingerò in fondo una radice
se la pietra perfetta la via sbarra
e lancerò in alto quanto dice
che è più albero il tronco che è più solo.

E lei dirà, parola ora scoperta,
tutti i detti del vivere consueto:
quest’ora che sconforta e che conforta,
il non vedere, il non avere, il quasi essere.

José Saramago

[immagine Misti]

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27 dicembre 2008

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Esercizi di bella calligrafia

 

La maestra li chiamava esercizi per e di bella calligrafia. Per me un vero assillo, una paura costante.  Per eseguirli avevamo un quaderno di forma rettangolare – molto diverso dai quaderni del quotidiano, più piccoli  e meno solenni-, una forma che ricorda vagamente i quaderni di musica. Dicevo un assillo perché, oltre a non piacermi, dovevo costringere me stessa ad un autocontrollo costante, per via degli strumenti usati: pennini, cannuccia e inchiostro…l’altro mio tormento di bambina, desiderosa di imparare. La maestra esigeva una disciplina rigorosissima. L’obbligo di stare seduti nei banchi diritti e composti, in religioso silenzio e in attenzione assoluta. Assomigliavamo a tanti piccoli soldatini in attesa di ordini del capitano, più che bambini in odore di imparare. I banchi erano doppi, di legno scuro con il calamaio infilato in alto a destra – che per i mancini era un disagio immenso – e si doveva fare moltissima attenzione a non invadere lo spazio altrui.  Il momento della bella calligrafia era temuto da tutti…anche dai più capaci e meritevoli. Si trattava di riprodurre ciò che la maestra aveva precedentemente preparato scritto sulle righe delle pagine; a volte erano veri e propri esercizi di stile…a lei piacevano molto i ricami, le volute, le foglie arzigogolate (disegni densi di linee di tutti i tipi). Mai che si accontentasse di rotondi o semplici figure geometriche o lettere dell’alfabeto…no…era solita ripeterci che “dovevamo imparare a scrivere bene e ad essere ordinati, chè l’ordine ci avrebbe aiutato ad essere più bravi”; non ho mai capito cosa avessero in comune l’ordine e l’essere bravi…non ho mai sopportato quel diventare brava mi ha perseguitato per molto tempo e forse ancora non me ne sono liberata. La parte più complicata è stato imparare ad impugnare correttamente la cannuccia su cui faceva bella mostra di sé un pennino (avevamo la possibilità di sceglierne di molte forme; nell’intervallo giocavamo a scambiarli tra noi, come ora si fa con le figurine). Non è stato semplice imparare ad impugnare correttamente tra le dita la cannuccia. Doveva stare tra pollice e medio, con l’indice appoggiato delicatamente su di essa; non si doveva mai esercitare troppa pressione con l’indice sul pennino, pena la sbavatura dell’inchiostro o ancora peggio la rottura del pennino con disastri irrimediabili; rompere il pennino significava vedere espandersi una macchia d’inchiostro sul lavoro pazientemente eseguito. Il formarsi della macchia aveva sempre un suono sinistro, presagiva l’orrore del buco nel foglio – se avessi tentato di cancellare – e le sgridate furenti, gli strappi del foglio stesso e un senso di colpa infinito. La maestra aveva lavorato per me ed io avevo osato pasticciare, imbrattando tutto. Questo significava anche che non solo avrei dovuto rifare ogni cosa – pure quello che era stato fatto per bene – ma avrei pure dovuto subire a casa la stessa punizione. Mia madre  mi avrebbe fatto rifare, dopo i compiti, il lavoro di scuola: in questi frangenti il rientro a casa era umiliante: umiliante dover subire la disapprovazione scritta negli occhi di mia madre, umiliante restare chiusa in tinello per ore e ore a scrivere centinaia di volte castighi senza un senso mentre gli altri bambini potevano giocare in strada.

La macchia sul foglio, le lacrime conseguenti producevano in me un tale senso di inadeguatezza che se avessi potuto sarei scappata via…magari dalla bidella che sapeva e confortava sempre i bambini con carezze e sorrisi…era lei che entrando in classe con la bottiglia dell’inchiostro, girando tra i banchi ci infondeva coraggio sorridendo. Era una nuvola celeste (per via del grembiule) e bianca ( aveva i capelli raccolti in una crocchia sulla nuca); noi bambini l’amavamo quasi fosse la nostra nonna…aveva un profumo inconfondibile, sapeva di sapone di marsiglia ed aveva un abbraccio morbidissimo.

Affrontavo gli esercizi con un misto di timore e ansia, perennemente con la paura di sbagliare e dover rifare…con il passare del tempo compresi che, quanta più attenzione e precisione e ascolto avrei saputo esercitare, tanto più avrei saputo trascrivere, quelli che a me sembravano inutili ricami, in modo accettabile con buona pace mia, della maestra e di mia madre.

Quegli inutili ricami mi hanno lasciato in eredità una calligrafia accettabile, abbastanza precisa e che nel tempo si è fatta troppo minuta nonché  un’ ottima manualità…sull’ordine sorvolo…è qualcosa che con il tempo ha smesso di essere maniacale…scrivo sui taccuini che spesso sono pieni di cancellature  (la mia maestra e mia madre mi guarderebbero con disapprovazione, scuotendo il capo), scrivo lettere che a volte hanno piccole sbavature di penna…e mi piace così.

Ho conservato con cura pennini e quaderni di bella calligrafia trovati per caso in un negozio dimesso; i miei non ci sono più…andati perduti chissà dove, ne ho però un ricordo incancellabile, tra i fogli della memoria, ingialliti dal tempo trascorso.

 

Se penso ai miei alunni di oggi dico che non potrebbero mai usare simili strumenti di scrittura e non perché sono lontani dal loro mondo…no…semplicemente non posseggono la manualità necessaria – la motricità fine indispensabile a questo scopo –  e nemmeno la capacità di attenzione e concentrazione che era solo nostra. I bambini, oggi, sono dei mostri con la play station, il nintendo DS e il cellulare ma non sanno temperare e tanto meno esercitare il tratto grafico.  Vorrebbero scrivere con la matita spuntata e se racconto loro queste mie esperienze mi guardano come se stessi raccontando fiabe d’altri tempi ed in effetti è così.

Con loro sono  paziente, soprattutto con i bambini che faticano ad essere ordinati e non riescono a scrivere rispettando gli spazi o ad usare lo spazio del foglio in modo corretto…è il retaggio di anni passati a dover faticare, arrancando, quando bastava solo capire che non tutti sanno l’ordine subito e c’è chi ha solo bisogno di un po’ più tempo.

 

 

 

[Questo, invece, il mio racconto sui ricordi di scuola pubblicato pochi giorni fa nel blog di Flavia(vi consiglio di fare un salto lì e leggerli tutti, si possono fare belle scoperte)…sono due pagine a cui tengo molto – spesso mi capita di metter qui parole scritte nei blog ai quali partecipo – ed oggi ho voluto fermarle anche qui…nel mio diario…]

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27 dicembre 2008
[come una conchiglia]


Sono appesa alle mie malinconie
stanche le membra chiedono approdo
ricordo colori di voci e suoni di pace

stendo la mano sulla mia anima
e cerco la carezza del tempo che accoglie

fragile foglio di pagina intonsa


[Pubblicata qualche tempo fa in animeinimmagini…parole ispirate dallimmagine di Arsomnia]

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23 dicembre 2008

Auguri…colorati e luminosi!

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[OT natalizio: Flavia ha pubblicato il mio racconto dei ricordi di scuola…un bel dono di natale…e sorrido…]


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21 dicembre 2008

[natale…accade..]

Un presepe bianco, un albero vestito di rosso.
Non che ami i contrasti…si tratta di estro creativo familiare – non il mio –  in bella mostra.
Di mio ci sono le decorazioni per l’albero, di ogni tipo e forma, ben amalgamate fra loro,  messe insieme negli anni e conservate con cura, dentro scatole di latta.
Simboli di un’attesa.
Sacro e profano insieme.
Io li guardo, da fuori, spettatrice passiva di immagini di una festa che sento sempre più lontana da me; una tavolozza di colori che non sento più vivificarmi l’anima…

…forse mi sono distaccata dall’incanto, dal sapore dell’attesa…ma è Natale…accade…ancora…che sia di pace, dentro il cuore di ognuno di noi.

Vi abbraccio con un sorriso.

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[…]…un bacio con tutto il cuore nella solenne ora di Natale, la più pacata dell’anno, la più misteriosa, in cui i desideri ancora ignari si tendono fino all’estremo e vengono per prodigio esauditi: trascorrila nel profondo, grande raccoglimento del Tuo cuore, abbandona ogni dubbio e incomprensione: in quest’ora abbiamo un posticino dentro di noi dove siamo semplicemente bambini, che attende e sta là, fiducioso e mai confuso, nel suo diritto a una grande gioia: questo è il Natale, avvertire dentro di sé, una volta l’anno, questa aspettativa, questo fermo diritto che niente può deludere…sentire che l’adulto che ora è sopra di noi non con meno, anzi, con molto di più, con l’infinito vuole sorprenderci, che in fondo i nostri più grandi desideri, se solo apriamo il nostro cuore, non possono non essere esauditi, che mai quel che abbiamo dentro di noi è un desiderio allo stato puro ma in parte è già un essere esaudito che dobbiamo lasciare nelle mani di Dio, che coltiverà il nostro terreno e gli darà credito. […]

Rainer Maria Rilke, da Lettere di Natale alla madre (ed Passigli)

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16 dicembre 2008
 [ nel silenzio ]

il corpo
che tutto sente e contiene

dentro la distanza ricompone spazi e rivela segni

intricate forme di mosaici nudi

nello specchio delloltre la premura di un gesto
trattiene la carezza di un’assenza

e gli occhi accolgono baci rubati

[Blue]

( immagine Misti )

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14 dicembre 2008

il senso è dentro i gesti che scolpiamo nella memoria del tempo

tracce ineluttabili di noi

linee sinuose che percorrono spazi e confini

camminando con passi composti e scomposti

esplorando orizzonti di vento

[immagine Arsomnia]

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9 dicembre 2008

linee lontane
sciupate dallansia di non saper vedere

quel guardare senza capire

il silenzio

nellacqua stagnante
di un pensiero contorto

[Blue]

(immagine Justyna Z.)

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8 dicembre 2008

[…]…ne approfitto per salire in cima alla torre. È ingombra di bauli, sedie sfondate ed altri pasticci, ma a farsi strada tra le cianfrusaglie il premio è una finestrella tonda, in cima a due scalini, che s’apre su un terrazzino stretto e lungo. Quel che si vede da lì toglie il respiro: una campagna ordinata, macchie di bosco che diventano blu e grigioazzurre perché il sole che tramonta le ha già relegate nell’ombra. È stata una giornata molto calda, luminosa, ed è sempre una sorpresa per me accorgermi di come la luce morbida di fine pomeriggio restituisca al paesaggio la sua profondità e i suoi tanti colori pieni di sfumature, e perfino smorzi la sonorità del giorno per preparare ogni cosa al silenzio notturno. Resto così chissà quanto, spersa ad accarezzare con gli occhi questo panorama che ho davanti…[…]

[…] Les broches mêmes qui étaient au feu toutes plaines de perdrix et de faisans s’endormirent, et le feu aussi.
Tout cela se fit en un moment: les fées n’étaient pas longues à leur besogne. […]

Benedetta Cibrario, Rossovermiglio – I Narratori Feltrinelli

…era lì da mesi, appoggiato sul tavolino dei libri in attesa,  aspettava uno sguardo dattenzione e che finalmente mi decidessi ad aprirlo, ad appoggiare i miei occhi sulle sue parole.
Ieri sera lho fatto…è stato il rosso, ne sono certa…il rosso che in questi giorni mi segue ed insegue…è stata una lettura molto piacevole, da perderci ore di sonno e vista…una donna, la sua famiglia , la terra, i vigneti, la guerra, la passione, l amore e molto molto altro…

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