[per troppa vita che ho nel sangue]

15 febbraio 2012

Ho incrociato la sua strada un giorno, all’inizio dell’estate scorsa, per caso durante una visita in biblioteca, da quel fortunato giorno che coincide con l’inizio di un periodo molto felice per me, è diventata la mia inseparabile “compagna” di momenti silenziosi; nelle sue parole, che lei stessa definisce”Asciutte e dure come sassi o vestite di veli bianchi strappati”, io trovo la forma e la consistenza di emozioni compatte che dipingono la mia anima di luce. Condensare in un post l’essenza di Antonia mi è quasi impossibile, tuttavia in questi mesi avete imparato a conoscerla e ad apprezzarla attraverso le sue poesie. Ma come fu la vita di Antonia Pozzi?
Nacque a Milano nel 1912 da una famiglia molto agiata, figlia di Lina Cavagna Sangiuliani e dell’avvocato Roberto Pozzi. Nessuna delle sue opere venne pubblicata prima della sua morte. Cresciuta in un’elegante casa milanese, ebbe un carattere solitario; timida, arrossisce per un nonnulla ma non rinuncia a una natura  libera che le fa sentire, come lacci intollerabili pregiudizi e convenzioni; inadattabile alla vita per eccesso di vita, vi si gettava con generoso gesto esistenziale, per una sfida intellettuale, sempre tra pudore ed effusioni; al liceo, instaurò una relazione molto profonda con il suo professore di latino e greco Antonio Maria Cervi, che divenne il grande amore della sua vita – tu eri la purità dell’anima mia, tu cui un’onda bianca di tristezza cadeva sul volto se ti chiamavo con labbra impure, tu cui lacrime dolci correvano nel profondo degli occhi se guardavamo in alto e così ti parevo più bella – così scriverà nella “Vita sognata”.
La famiglia di Antonia apparteneva, all’alta società milanese; il padre avvocato famoso, colto e rigido, fiero della figlia poetessa, la madre contessa, impegnata nella vita mondana. In una famiglia discendente da Tommaso Grossi, si studiava, si leggeva, si andava a messa, alla Scala, in vacanza nella villa di Pasturo (Lecco). Il matrimonio con un semplice insegnante di scuola non veniva nemmeno preso in considerazione. La forte opposizione della sua famiglia alla relazione, le impedì di sposarsi. Nel ’32, quando Antonia aveva 20 anni, l’avvocato aveva imposto ai due innamorati di non frequentarsi più, ma loro avevano resistito mesi ancora, prima di darsi per vinti. Fu l’inizio della fine? Può  essere. Almeno lo potrebbe fare supporre lo strazio di quei versi – della “Vita sognata” – nei quali Antonia augura ad Antonio Maria di trovare una nuova fidanzata “…Oh, possa tu incontrare la donna che ti ridia la creatura che abbiamo sognata e che e’ morta…”. La perdita dell’amato, e la conseguente impossibilità i avere un figlio da lui, segnarono per sempre la vita della scrittrice. Perduto Antonio Maria, di grandi amori per la giovane poetessa non ce ne furono più. Ci fu la passione, non davvero ricambiata, per il compagno d’università Remo Cantoni; e ci fu l’amicizia stretta con Vittorio Sereni. Per altro non ci fu più tempo.
Nel 1930, Antonia si iscrisse all’Università di Milano, dove studiò filologia moderna. Lì aumentò la sua passione per la filosofia, la letteratura ed il linguaggio. In seguito viaggiò molto in tutta Europa, e nell’estate del ’38 scrisse alla nonna, comunicandole la sua intenzione di scrivere un romanzo storico sulla Lombardia. Le lettere di questo periodo, lasciano trasparire un forte entusiasmo per il progetto, che si prolungò fino all’autunno di quell’anno. In una lettera datata 23 ottobre, invece, lo stato di Antonia apparve radicalmente cambiato. Le leggi razziali contro gli ebrei, avevano causato la partenza di alcuni dei suoi amici più cari, e la ragazza, allora ventiseienne, fu sinceramente sconvolta dall’evolversi degli eventi. Il 1 dicembre, Antonia decise di spostarsi nella sua casa di Chiaravalle, per sfuggire all’avanzata della guerra. Tre giorni dopo pose fine alla sua vita. Le sue opere, poesie e diari, furono tutte pubblicate postume. Con rigidezza simile a quella esercitata su di lei viva, il padre controllò, dopo la morte, la sua opera. Corresse e aggiustò secondo il suo gusto, cancellò e riscrisse quello che probabilmente riteneva eccessivo, non in linea con il modello di figlia esemplare e ideale che aveva sognato. Eliminò quasi dappertutto la dedica “per A.M.C.” che contrassegnava molte poesie. Soprattutto la famiglia negò sempre il suicidio, attribuendo la morte ad una polmonite. L’antico testo è però stato, forse dappertutto, ripristinato. Quasi tutti coloro che conoscevano Antonia Pozzi sono ormai morti.. Resta la sua compagna di scuola e d’università Lucia Bozzi, oggi suora di clausura; resta un’amica d’infanzia di Pasturo, Alessandra Castelletti; resta Maria Corti che, dagli incontri all’università, ne conserva una memoria molto forte: “Il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull’orlo degli abissi. Era un’ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo più dei suoi simili”.
Una vita solo sognata, dunque?
Potrebbe essere così; potrebbe essere che le parole con cui chiude la sua tesi di laurea tratte dal suo Flaubert, siano il suo testamento spirituale ma anche un’assunzione di destino:
“Per chi non riesce, per una sua posizione a lottare, per chi non è capace di sacrificarsi abbastanza devotamente a un compito per chi non sa formulare, davanti al proprio destino, una propria preghiera, saranno eternamente ammonitrici queste parole, che dicono un destino, e sono una preghiera: ‘Noi siamo soli. Soli, come il beduino nel deserto, bisogna che ci copriamo il viso, che ci stringiamo nei mantelli e che ci gettiamo a testa bassa nell’uragano – e sempre, incessantemente – fino all’ultima goccia, fino all’ultimo battito del nostro cuore. Quando moriremo, avremo questa consolazione di aver fatto la strada e di aver navigato nel Grande’ “.
Spero di non avervi troppo annoiato con la lunghezza del post; lo considero un doveroso omaggio a Voi che mi lasciate sempre parole profonde, ma soprattutto a Lei, ad Antonia – come affettuosamente ormai la chiamo – quasi fosse un’amica; la passione per la poesia, il bisogno del silenzioso abbraccio della natura, la malinconia della notte, la purezza dell’acqua…come se fossimo sulla stessa lunghezza d’onda…

[Riedizione di un post scritto su Splinder qualche anno fa]

________

“Per troppa vita che ho nel sangue” è anche il titolo di una biografia scritta da Graziella Bernabò per Viennepierre edizioni che consiglio a chi vuole approfondire la vita e la poesia di Antonia Pozzi.
…ma è anche uno splendido verso di una altrettanto splendida poesia….

Sgorgo

Per troppa via che ho nel sangue
tremo
nel vasto inverno.

E all’improvviso,
come per una fonte che si scioglie
nella steppa,
una ferita che nel sonno si riapre,

perdutamente nascono pensieri
nel deserto castello della notte.

Creatura di fiaba, per le mute
stanze, dove si struggono le lampade
dimenticate,
lieve trascorre una parola bianca:
si levano colombe sull’altana
come alla vista del mare.

Bontà, tu mi ritorni:
si stempera l’inverno nello sgorgo
del mio più puro sangue,
ancora il pianto ha dolcemente nome
perdono.

Antonia Pozzi  (12 gennaio 1935)

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4 Risposte to “[per troppa vita che ho nel sangue]”


  1. la fai sentire un poco amica di tutti noi, grazie


  2. …grazie per questo ricordo di Antonia, ciao Blue.

  3. sysjena Says:

    …si legge d’un fiato, non preoccuparti….
    …il sangue……:-))**

  4. blue Says:

    Massimo, Cettina, Andrea…grazie a Voi 🙂


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