Archive for the 'letture' Category

[racconti in sala d’attesa]

3 luglio 2014

 

Racconti in sala d’attesa

In attesa. Sei fermo. Come chiuso in una scatola, senza poterti muovere, al massimo puoi fare qualche passo avanti e indietro. […] In attesa. Di una buona notizia o di una brutta notizia e comunque impaziente. In attesa del tuo turno annoiato, preoccupato, indifferente. In attesa il tempo si dilata. […] Lo diciamo sempre: “Mi piacerebbe leggere, ma non ho mai tempo”. Sfruttiamo le attese, le attese alla fermata del bus, dal medico, in posta, in ospedale. Le sale d’attesa sono non-luoghi: non accade niente, non si può far niente se non aspettare il proprio turno. Il tempo a disposizione diventa tempo nemico. Le sale d’aspetto degli ospedali tra tutte sono le più solitarie: cariche di tensioni, pensieri, preoccupazioni. Questa raccolta di racconti nasce proprio in ospedale. L’ultimo posto dove uno si aspetterebbe di trovare dei racconti.
“Ei, Ita, che fai?” Vincenzo digita l’sms sul cellulare.
“Ciao Vincio, sono al lavoro.” Margherita, sua sorella, risponde veloce.
“io sono in ospedale. In attesa del mio turno di chemio. Mi annoio, anzi no, la verità è che vengo assalito da pensieri terribili”.
“Eh, già”.
“Ti racconto una storia?”
“Sì se ci fosse un libro in questa sala leggerei e riuscirei a non penare. Ma un libro non c’è, dai raccontami una storia”.
Vincenzo Federico è morto il 6 gennaio 2012. Tumore al cervello. […]
Scriveva sul suo blog: “Ecco, un anno fa il mondo si dischiudeva dinanzi a me, e tutto mi è apparso nitido davanti, e da allora mi sembra di vedere il mondo filtrato da una lente che elimina orpelli e superficialità lasciando solo il cuore delle cose, scoperto, inerme e vulnerabile e nel contempo sfuggente all’osservatore casuale. Momenti che non saprei descrivere altro che come essenziali, nell’eccezione privativa, sinonimo di semplice”.
Ed ecco questa antologia, un libro “semplice”, un libro “essenziale”, nato da quello scambio di sms. Un libro che vuole eliminare gli orpelli e andare dritto al cuore.
Due fratelli cercano di ingannare l’attesa e si raccontano una storia, come fa la mamma con il suo bambino prima di andare a nanna, come può fare solo una sorella, che vuole disperatamente aiutare suo fratello a non pensare a tutte le cose terribili che invadono la testa quando si è in attesa di un ciclo di chemio.
L’obiettivo è portare gratuitamente questo libro in tutte le sale d’attesa e le corsie degli ospedali italiani, per i pazienti che devono affrontare cure impegnative, ma anche per i parenti e gli amici, che li accompagnano e aspettano con loro, accanto a loro, e per gli infermieri, i medici, i volontari, le associazioni, il personale amministrativo.
Un progetto reso possibile grazie a una squadra di scrittori e a un lavoro lungo un anno. Elisabetta Bucciarelli, Luigi Romolo Carrino, Maurizio de Giovanni, Patrick Fogli, Gabriella Genisi, Andrej Longo, Giuseppe Lupo, Emilia Marasco, Marco Marsullo, Antonio Paolacci, Patrizia Rinaldi hanno scritto un racconto gratuitamente. Hanno lavorato con passione e dedizione, fra i mille impegni quotidiani. Tutti hanno accettato la sfida, come lo ha fatto la casa editrice, che in un’Italia dove l’editoria è sempre più in crisi, ha scelto di pubblicare un’antologia dedicata a chi ha bisogno di aggrapparsi a un racconto per vincere il tempo. gli scrittori hanno raccontato delle storie per lenire paure, distrarre pensieri, ingannare il tempo. Storie piccole, storie di coraggio, amicizia, manie quotidiane, amore. Storie per non sentirsi soli, e per non avere paura, proprio come quando eravamo bambini. Storie che, raccolte in un’antologia come questa, diventano un esperimento d’amore…per chi scrive e per chi legge.
Cristina Zagaria – dall’introduzione a Racconti in sala d’attesa, Caracò Editore

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A tutti noi è capitato di sostare nelle sale d’attesa di un ospedale, accompagnando amici o parenti, o per problemi personali. Nell’ultimo anno è capitato anche  me. E sono d’accordo con la curatrice del libro quando afferma che queste sale d’attesa sono non-luoghi. Io ne ho frequentati molti di questi non-luoghi, in attesa di conoscere la mia diagnosi e per le cure chemioterapiche. Poi è arrivato questo libro che mi ha resa davvero felice. Un progetto molto impegnativo ma che sta dando i suoi frutti. Molti ospedali italiani hanno aderito a questo progetto e altri chiedono di poter partecipare. E questo è davvero un bene immenso. Dare sollievo a chi è in difficoltà è un dono d’amore e questo libro è un dono. Per tutti. C’è così tanto bisogno di umanità e cumprensione.

Qui il blog del libro se volete approfondire e conoscere il Progetto.

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Io ho scritto un brevissimo raccontino di quello che è stata la mia esperienza. Ve lo lascio qui se volete leggerlo. Se non siete ancora stanchi…

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[ diagnosi di un’ attesa ]

Le sale d’attesa. Ne aveva frequentate tante negli ultimi tre mesi. Da giugno era tutto un avvicendarsi di appuntamenti per esami e visite, da quando il dolore le aveva bloccato la schiena e si cercava la causa. Gli ospedali non erano nelle sue corde, anzi, li detestava. Gli odori, i colori e ogni cosa le ricordava il suo passato, quando, bambina accompagnava la sua mamma nella cura del papà. Ed ora eccola lì, seduta su una poltrona scomoda ad aspettare il suo turno per l’ennesimo esame.  Non aveva mai fatto caso a quanto fossero squallide e poco accoglienti le sale d’attesa, non si era mai soffermata a guardare con occhi che sanno vedere, forse perché le occasioni erano sempre state poche e mai così prolungate nel tempo. Ciò che colpiva il suo sguardo erano di solito le pareti spoglie, unico arredamento gli avvisi in bacheca e opuscoli informativi sui servizi dell’ospedale. Mancava il senso dell’accoglienza, a trecentosessanta gradi. Spesso anche il personale infermieristico non riusciva a dare quel sollievo necessario a chi, trovandosi in una situazione così delicata come l’oncologia, ne ha bisogno. Lei si chiedeva come fosse possibile. Aveva sempre pensato che in ogni struttura ospedaliera ci fossero sentimenti di accoglienza e bene verso chi soffre, ma non era così. Insensibilità all’altrui dolore? Un modo per distaccarsi dal paziente non lasciandosi coinvolgere? Non avrebbe saputo dare una risposta certa, forse entrambe le cose o forse, semplicemente, funzionava così. Di certo questo atteggiamento non le piaceva, le faceva male. Chi soffre, chi è in ansia, chi è in attesa di conoscere una diagnosi negativa ha diritto ad un sorriso, ad una parola di consolazione, anche silenziosa. Le era capitato di assistere anche a furiosi battibecchi tra parenti di pazienti e medici, la qual cosa era ancora più preoccupante di tutte le altre messe insieme. Lei osservava tutto e registrava ogni minimo palpito. Perlopiù rimaneva in silenzio. C’era invece chi sentiva il bisogno di raccontare la sua storia personale, il motivo per cui si trovava lì, proprio in quella sala d’attesa. Spesso erano fiumi in piena desiderosi di sfogarsi con qualcuno. Molte volte i particolari delle storie erano intimi eppure non si preoccupavano di filtrare parole e frasi. Qualche volta era imbarazzante ascoltare, soprattutto perché lei era molto riservata, non le piaceva confidarsi con gli estranei, figuriamoci, faticava a raccontarlo alle persone care…nessuno ancora sapeva dei controlli nella cerchia dei parenti e degli amici. In casa si era deciso di aspettare la certezza, di avere la conferma definitiva per non allarmare inutilmente, visto che l’ipotesi che si affacciava era molto “pesante”. Lei ancora non voleva crederci, non voleva accettare che da un semplice mal di schiena si era aperto quasi un baratro che la stava inghiottendo come un piccolo sassolino spezzato. L’ultimo appuntamento era confermato ed era appena arrivata nell’ennesima struttura ospedaliera. Nuovissima ed immensa, mai frequentata prima d’ora. Lì, ma ancora non sapeva, avrebbe trovato il luogo in cui curarsi e trovato un ambiente completamente diverso da quelli fino ad ora visti e vissuti. Ci era arrivata grazie ad un medico che conosceva bene il reparto oncologia, le aveva assicurato medici qualificati e personale preparatissimo. Lei si fidava, voleva fidarsi, voleva sperare ancora di poter trovare quell’accoglienza che fin lì le era mancata, soprattutto voleva una diagnosi favorevole, non voleva accettare di essere malata. Appena entrata nella grande hall, sì perché l’aspetto era proprio quello, la hall di un albergo, ebbe la sensazione che qualcosa di differente ci poteva essere. Non sembrava un ospedale, appunto, e i visi incontrati erano aperti e quasi sorridenti. Un ambiente confortevole, luminoso e pulito. Cercò subito il reparto perché si era accorta di essere leggermente in ritardo. Fu molto semplice, anche le indicazioni hanno il loro peso in un ambiente che non conosci e lì erano molto chiare. Quando mise piede nella sala d’aspetto non voleva credere ai suoi occhi!!!! C’erano piante verdi rigogliose e fiorite, ampie poltrone comode, ma soprattutto c’erano i libri. Una sala d’aspetto con i libri e riviste di cultura per rendere l’attesa molto meno difficile ai pazienti che sostano per ore. Incredibilmente vero, tutti libri donati, una biblioteca gestita da volontari. E sentì subito il suono dell’accoglienza, il sorriso dell’infermiera che la faceva accomodare in attesa fu benefico e spezzò per un po’ di tempo l’ansia dell’attesa. Ancora non sapeva che quel reparto sarebbe stato “casa sua” per lunghissimi mesi a venire. Mesi di cure che sarebbero state anche dolorose da sostenere. Quando fu il suo turno di visita e conobbe il medico che l’avrebbe poi seguita passo passo fu certa di aver trovato ciò che cercava. Cum-prensione e cura vanno di pari passo. La cura della malattia che avrebbe trovato conferma nell’ipotesi, sarebbe stata molto lunga. Si cura il corpo ma anche l’anima e lì, in quel reparto sentì che sarebbe stato possibile, ne ebbe la certezza. Anche nei momenti peggiori, nei più difficili non mancarono parole e sostegno. E soprattutto non mancarono mai i libri, la sua compagnia, la compagnia di tanti pazienti nel cammino della cura.

Lu

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[intimità]

28 giugno 2014

cielo come un dipinto

 

Intimità

Posso stare da sola.
So stare da sola.

C’è un tacito accordo
tra le mie matite
e gli alberi là fuori,
tra la pioggia
e i miei capelli diafani.

Bolle il tè,
spazio mio dorato,
mia ambra pura e ardente…

Posso stare da sola.
so stare da sola.
Scrivo a lume di tè.

Nina Cassian, C’è modo e modo di sparire – Edizioni Adelphi

 

[ immagine di Misti ]

[…]

15 giugno 2014

bolla di sapone

Certe mattine
al risveglio
c’è una bambina pugile
nello specchio,
i segni della lotta
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l’alto
e un filo d’erba impassibile
che lo aspetta
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti.

Chandra Livia Candiani, La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore – Ed. Einaudi

 

[ immagine di Misti ]

[chandra livia candiani]

14 giugno 2014

piccola stella

Mappa per l’ascolto

Dunque, per ascoltare
avvicina all’orecchio
la conchiglia della mano
che ti trasmetta le linee sonore
del passato, le morbide voci
e quelle ghiacciate,
e l colonna audace del futuro,
fino alla sabbia lenta
del presente, allora prediligi
il silenzio che segue la nota
e la rende sconosciuta
e lesta nello sfuggire
ogni via domestica del senso.

Accosta all’orecchio il vuoto
fecondo della mano,
vuoto con vuoto.
Ripiega i pensieri
fino a riceverle in pieno
petto risonante
le parole in boccio.

Per ascoltare bisogna aver fame
e anche sete,
set che sia tutt’uno col deserto,
fame che è pezzetto di pane in tasca
e briciole per chiamare i voli,
perché è in volo che arriva il senso
e non rifacendo il cammino a ritroso,
visto che il sentiero,
anche quando è il medesimo,
non è mai lo stesso
dell’andata.

Dunque abbraccia le parole
come fanno le rondini col cielo,
tuffandosi, aperte all’infinito,
abisso del senso.

Chandra Livia Candiani, La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore – Ed. Einaudi

 

[ immagine di Misti ]

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Una scoperta recentissima che mi ha illuminato il cuore.
Lei scrive poesie che toccano in profondità con la semplicità di parole intense e potenti.
Parole scritte con la pelle del cuore…

 

[…]

22 maggio 2014

cuore

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Nazim Hikmet, Poesie d’amore – Ed. Mondadori

 

[ immagine di Misti ]

[#ScrivoDunqueSono]

4 maggio 2014

scrivo dunque sono

 

[…]La scrittura, frequentata da chi ne ha fatto una professione o vissuta di lettori, è un costante stato di innamoramento. Chi scrive, anche quando non sta materialmente riempiendo le pagine, sta ugualmente componendo nei pensieri. Ha infiniti semi di storie che germogliano e vanno innaffiati e nutriti con perseveranza. Alcuni non sopravvivono, altri crescono. Le storie prendono forma e vengono costantemente cullate nella mente, restano ferme, sedimentano, poi d’improvviso si allargano, comprendono altre storie che sembravano appartenere a semi differenti e che invece s’intrecciano, fondendosi in un’unica e sola. Chi scrive cerca parole tutti i giorni. Le ascolta dagli altri, le afferra dalle canzoni, le ruba ai poeti, perlustra sentieri di scritture distanti (tecniche, scientifiche, filosofiche, sportive, gastronomiche) per trovare linguaggi adeguati al proprio dire, chiavi adatte per entrare nei mondi che non conosce. Chi scrive deve riprendere il respiro ogni tanto, fare pause, stare in silenzio, ma non può vivere distante dai libri, dai quaderni bianchi, dalle matite morbide, dalle penne che scrivono bene, dalla testiera del computer. Non può evitare di parlare di scrittura e soprattutto non può smettere di scrivere, perché sa che ogni volta in cui un libro comincia è come innamorarsi di nuovo, la stessa predisposizione al corteggiamento, la stessa disponibilità nei confronti del mondo, lo stesso sorriso stampato sul viso e il medesimo struggimento per la lontananza.[…]

[…]Siamo la somma di tante parti, di infiniti personaggi. Alcuni li sentiamo aderenti, familiari, altri ci illudiamo che siano completamente estranei, qualcuno può capitare che sia (ancora) realmente sconosciuto. Eppure tutti dormono sotto il medesimo tetto, dentro la persona che ci troviamo a vivere, che ci rappresenta, che siamo.[…]

[…]Scrivere si sa, è anche un rischio. Avvicinare, ascoltare, mescolarsi, sporcarsi le mani e spingersi oltre il confine di ciò che non conosciamo ma che tuttavia siamo determinati a voler conoscere è una necessità, un bisogno fisico, un’urgenza a cui non si può non dare seguito. E quando ci pare di aver raccolto tutto il materiale che ci serve per plasmare i nostri protagonisti, ecco che qualcosa ci sfugge ancora.[…]

[…]Il massimo grado di libertà, pur nelle regole, è privilegio dei poeti. Per questo leggere poesie è il modo migliore per assimilare il linguaggio necessario. Le composizioni poetiche sono infatti suono puro e come tale capace di permeare il livello razionale della comprensione per stabilirsi in un altro regno, uno spazio riservato alla musica e alle emozioni rarefatte. In più la poesia è in qualche modo misura del linguaggio. Ritmo, tono, colore legati ai vocaboli divengono concetti immediati perché veicolati dalle figure retoriche capaci di persistere nella memoria.[…]

[…]Tra le cose scritte da Freud che preferisco, “Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio” (Boringhieri) c’è un capitolo in particolare in cui ho ritrovato alcune spiegazioni sul perché mi ostino a dire che le parole per raccontarci meglio si devono cercare nelle poesie e che quindi le uniche letture veramente necessarie, come l’aria e come l’acqua, sono i libri di versi poetici. Secondo Freud un bambino che gioca si comporta come un poeta, costruisce un proprio universo ricomponendo le singole parti a suo piacere. Anche il poeta si comporta come il bambino e giocando crea un mondo di fantasia, che prende molto sul serio, caricandolo di forti importi d’affetto.[…]

[…]Ecco perché dobbiamo saccheggiare i poeti, entrare in mondi a noi estranei attraverso le loro parole, sentirne i significati e le melodie e poi farle nostre, rapirle. […]

[…]In più aggiungerei che il poeta si muove all’interno di una forma piena di regole con l’ingegno e ciò che arriva a noi è libertà estrema. Ancora una volta nelle gabbie possiamo trovare il modo di volare. Ciascuno può inventare parole, trasformarle, adattarle e piegarle al ritmo di una composizione poetica, ma niente nutre l’orecchio, l’immaginazione e la psiche come le creazioni dei poeti, quelli capaci di poetare, le scritture degli altri. Forse è un paradosso, ma scrivere poesie non è un esercizio che ci servirà a impadronirci delle parole. Leggerle invece sì. Chiamare le cose per nome è sperimentarle, dar loro un’identità e concedere a noi stessi la possibilità di provare a sentire, vivere, immergerci nelle esperienze che identificano. Non avere le parole per dire è negare un’esperienza.[…]

Elisabetta Bucciarelli, Scrivo dunque sono – Editore Ponte alle Grazie

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Ho amato questo libro da subito, dalle prime righe, un libro che ha dato voce e corpo ai miei pensieri. Un libro che mette al centro la parola e la cura nella ricerca della parola. Scrivere è un bisogno e chi scrive sa bene la gioia che si prova quando, attraverso le parole, raggiungiamo il cuore e la mente di chi legge. Trovare le parole con cui esprimere il nostro bisogno a volte può essere difficile e complicato. In questo saggio sulla scrittura, ma definirlo saggio è riduttivo, l’autrice ci accompagna, attraverso esercizi e riflessioni, nella ricerca della comprensione dell’uso delle parole, all’interno della scrittura. Scrivere definisce chi siamo, mette in evidenza il nostro mondo interiore, ci aiuta a stare bene e a dipingere di colore emozioni e sentimenti. Le parole sono i colori per rendere ciò che siamo in poesia e musica. Aver cura delle parole, saper trovare le parole giuste per dire, è un atto d’amore e di rispetto verso chi legge. Elisabetta Bucciarelli ci aiuta a comprendere quanto sia importante e ineluttabile tutto questo. Essere scrittori richiede molto impegno, sacrificio e umiltà. Essere scrittori è vivere dentro le parole, le parole che amiamo. Grazie, Elisabetta per questo splendido viaggio dentro la parola.

 

 

[le scarpe appese al cuore]

23 ottobre 2013

[…] Sette giorni che non ti vedo, da  quando, l’ultima notte abbiamo dormito abbracciati, io, tu, l’ossigeno e il tuo cavallino. Mi sono accompagnato qui, passando sopra le nuvole e in mezzo alla mia paura e per superarle mi sono immaginato  te e la nostra promessa di nasconderci nei nostri cuori. Ora dovrò buttare il mio nella spazzatura, probabilmente nello stesso posto dove sarei cascato io se tu non mi avessi sorriso. Sopra le nuvole ho visto tutto, e mi parli di te e delle cose che mi chiedi, delle malie che mi hai regalato quando eravamo bambini assieme, e tutto questo mi sembrava lontano. Quando ti ho detto che sarei andato via sei corsa a prendere il tuo cavallino e mi hai suggerito la vita, non il fiume dove non saprei nuotare. Ritornerò a regalarti lo stesso sorriso. Buonanotte. Dormo con il tuo amore imbronciato, nascosto sotto i miei tre cuscini inglesi. […]

[…] Oggi sei entrata nella mia stanza, come il vento in un deserto, in questa landa desolata che sono questi tre mesi qui attorno, reclamando la tua impossibilità di essere viva. Poi te ne sei andata lasciandomi in compagnia della tua disperazione a cercare di rincorrere il fiato per parlare. Forse non è a te che dovrei parlare, ma a me stesso, visto che sto scrivendo per sentire che esisto e che c’è qualcuno che esiste al di fuori di me. Del resto, in qualche modo, in questo periodo vivo cancellando persone e cose per poter fare piazza pulita di quello che ingombra il mio respiro. Allora ti vedo già affranta a pensare che in verità io voglio cancellare te. Non potrei, non vorrei. Non voglio, ma due punti estremi che si toccano provocano sempre un maremoto interiore e ora, piuttosto, vorrei esplodere come a volte sono esploso nell’amore, nel calore di una mano o di un sorriso. È da troppo tempo che io e te non siamo come ci vorremmo, liberi. Io non sopporto più nessuno, forse non sopporto più neanche me stesso e non so come fare, non ho nessun progetto oltre questo tentativo di vita, perché quello che vorrei fare non mi è permesso. Non me lo posso ancora permettere e così rumino me stesso in attesa di un’idea, vivo limitando i danni. Io non ti odio, odio la nostra incomprensione, questo tentativo d’amore continuamente frustrato, una risultanza d’amore. Siamo la terra di nessuno, soprattutto  di nessuno di noi. Outlandos d’amour.

**

[…] Un giorno avrò la precisa sensazione di andare a sbattere contro la felicità, sai, come succede in certi film alla Lubitsch, dove in qualche modo già si intuisce cosa succederà al protagonista e il piacere sta nel vedergli fare quello che ci si era immaginati. Allora dovrei saper descrivere la luce strana che avrà quella mattina, l’improbabile e invece sicuro incontro tra i nostri percorsi, il tuo scivolare morbido verso la mia bicicletta nera. Tu sarai intinta di viola e avrai i giusti colori per intrometterti nell’autunno in cui capiterà quel giorno, l’autunno di queste parti, fresco e soleggiato. Avrai il sorriso luminoso che sarà giusto sia là, in quella giornata e tra quel sole. Attorno si spargeranno le nostre parole, contorni e leggeri ripari ai nostri pensieri che, in seguito, scopriremo uguali. Avessi il coraggio della mia vita ti abbraccerei e tu  probabilmente non rideresti di me, poseresti solamente il sorriso che desidero sulla mia gioia impudente, per me, appena rinato, e ascolteresti il gesto che tratterrò dentro con la stessa forza con cui eviterai di darmi il respiro che presto mi regalerai. Saremo teneri vigliacchi. O forse saremo ancora feriti e quindi in qualche modo increduli che possa esistere davvero il viola, il grigio, il sole e quell’autunno. Io, almeno io, rimarrò spaventato dalla luce o, meglio, mi spaventerà il risentire nel mio cuore nuovo la stretta di un’emozione che mi sconcerterà, perché avrà lo stesso sapore che cercavo. In quel momento avrò paura di perderti, di perdermi nell’incapacità di dirti la mi pura di essere felice, di poter essere troppo felice per avere, tutto insieme, il respiro e l’amore. Allora, dopo averti lasciato con una convenevole promessa, farò qualcosa che non ti dirò mai, una di quelle cose che stanno dietro i paraventi dei teatri, quei trucchi che il pubblico non vede ma su cui si regge lo spettacolo e il mondo va avanti. Andrò al Prato dei Miracoli e strapperò tre fili d’erba che mangerò con la stessa consapevolezza di quelli che masticai venti anni prima, davanti al Monte Rosa, nel pomeriggio in cui ebbi la certezza che avrei fatto troppa fatica a tenermi al vita e feci un patto con una pietra di montagna, sicuro che lei sarebbe esistita più di me che sapevo di non essere felice. Maria, mngerò quell’erba per pura di perderti e raccoglierò sul prato una pietrolina che porterò con me fino al giorno in cui non mi obbligherai a essere sicuro che sono vivo come è vivo quel sasso di montagna. Non la perderò, la rimetterò al suo posto il giorno dopo che mi bacerai la bocca con il tuo sorriso.

Ugo Riccarelli, Le scarpe appese al cuore (storia di un trapianto) – Ed. Feltrinelli

[ immagine di Misti ]

[la passione per il delitto]

17 ottobre 2013

 

Era l’estate millenovecentonovanta ed ero in vacanza sulla costa salentina. Mare stupendo, cibo e vino – rosato – squisiti al punto giusto. Una vacanza molto piena di colori belli da fissare nello sguardo  e luoghi magici da visitare. E tanto tempo per leggere. Ricordo di non aver portato con me molti libri, come di solito accade quando sono in partenza; non ricordo il motivo e mi ero ripromessa di cercare sul posto una libreria. Fortuna volle che ci fosse un’edicola, vicino al residence dove alloggiavo, molto ben fornita di oscar mondadori. La mia passione per il delitto nacque così, scegliendo un libro di Patricia Cornwell con protagonista Kay Scarpetta, anatomopatologa forense, in grado di risolvere gli enigmi più intricati partendo dai risultati di una autopsia. Il libro si intitolava “Quel che rimane” che poi scoprii non essere il primo della serie di libri a lei dedicati. Fu così che cercai notizie e trovai gli altri titoli ed iniziai a seguire le vicende di Kay Scarpetta. Ma non mi fermai lì, no. Continuai a nutrire la mia passione per questi personaggi che scavano nella mente in cerca di indizi utili alla risoluzione dei casi. Così scoprii Charlie Parker di John Connolly. Lincoln Rhyme e Amelia Sachs di Jeffery Deaver.  Harry Bosch di Michael Connelly.  Maura Isles di Tess Gerritsen. E recentemente l’italiana ispettrice Maria Dolores Vergani di Elisabetta Bucciarelli.

Tutti loro sono protagonisti di indagini su omicidi, crimini efferati, dalla trama intricata. Omicidi  cui sanno sempre dare un risposta. Al servizio del “bene”. Ma ciò a cui mi sono affezionata, nel tempo, sono le loro storie personali. Sì perché ognuno di loro ha una sua storia personale fatta di sofferenza e dolore, di infanzia infelice, di solitudine infinita, di incapacità a tessere relazioni amicali e non, durature nel tempo. E di loro mi appassiona la capacità di scavare a fondo nell’animo umano che poi è la capacità dell’autore di farti amare il suo personaggio.  Ho smesso da tempo di seguire Kay Scarpetta, alla lunga la Cornwell mi ha delusa. Continuo saltuariamente a seguire Lincoln e Amelia e Maura Isles. La Vergani mi sta appassionando non poco, merito della sua autrice e della sua scrittura, pulita e precisa, una scrittura che evoca e che coinvolge.

La passione per il delitto è anche un festival. Un festival di narrativa poliziesca che si svolge tutti gli anni in questo periodo, un festival arrivato alla dodicesima edizione. Per il secondo anno consecutivo il festival si terrà  ad Erba, in provincia di Como. Sabato 19 e domenica 20 ottobre una serie di eventi, laboratori, presentazione di libri con la presenza degli autori e molto altro…

Qui il sito per approfondire: www.lapassioneperildelitto.it

 

[un mare di nulla]

14 ottobre 2013

 

Quando sbarcò in Africa, mio pare era già una sorta di mago, capace di estrarre a sorpresa quello che ogni persona tiene nascosto dentro di sé, nei taschini sconosciuti che cuciamo sotto la pelle delle mani, dietro gli occhi durante i sogni, nelle pieghe delle labbra. In quei ripostigli segreti era capace infilare le parole come una zingara ti avrebbe infilato le dita tra i fermagli della catenina d’oro, e forzare con una rosa di verbi o aggettivi ogni resistenza accarezzandoti con un complimento e coì costringerti al sorriso – anche se davanti avevi solo deserto e sassi, e pane o poco niente. I suoi grimaldelli erano proprio le prole, e parole le sue mani da prestigiatore con cui in fondo scriveva il mondo  e le cose e i desideri che, lui si immaginava, gli altri avrebbero voluto realizzare. […]

Ugo Riccarelli, Un mare di nulla – ed. Mondadori

 

[ immagine di Misti ]

[l’amore graffia il mondo]

7 ottobre 2013

Ivo se ne stava ben piantato dentro il ventre di Signorina. Aveva l’acqua intorno e dentro, e in quel brodo  tiepido si sentiva protetto e tranquillo. Ogni tanto uno scossone più forte lo faceva sobbalzare e se all’inizio s’era preoccupato di quei salti repentini, ben presto si abituò e anzi imparò a movimentare anche lui la monotonia della bolla liquida in cui si trovava, scalciando e agitando le braccia come se volesse nuotare. Là dentro giungevano rumori attutiti, a volte acuti o aspri, o bassi, profondi, e Ivo s’era immaginato che al di là della parete morbida della vescica che era la sua casa ci fossero tante altre bolle piene della stessa acqua in cui lui nuotava, dove vivevano altri esseri che suonavano quella musica curiosa fatta di bussi, di stridii, di armonie e trilli, di un linguaggio complicato e vario che lui amava stare ad ascoltare. Su tutti questi mondi regnava però un suono costante, che scandiva senza interruzione ogni momento del suo nuotare, ed era un battito ritmato, a volte lento, morbido e regolare, a volte accelerato e forte, ma sempre presente. Una compagnia, una presenza rassicurante. Un rifugio. A questi tu tump Ivo s’attaccò come a una parete di roccia, vi appoggiò la guancia per sentirne la qualità, per coglierne la vibrazione, li abbracciò e se li tenne stretti, e nel tempo che intanto trascorse, tempo che imparò  misurare proprio seguendo quei palpiti continui, riuscì a ingurgitarli come fossero il suo nutrimento, finché crebbe abbastanza da occupare tutta la sua bolla, e potè portarli oltre il suo rifugio, nel mondo dove la paura di Signorina lo scagliò, e dove li tenne per sempre dentro di sé sotto forma di musica.

Ugo Riccarelli, L’amore graffia il mondo – ed. Mondadori –  Premio Campiello 2013

Una stupenda lettura estiva, frutto del caso che mi ha portata in libreria in cerca di qualcosa di poetico e profondo di cui sentivo il bisogno, ma senza avere un’idea e senza titoli in mente.  Cercando tra gli scaffali,  sono stata attratta dalla copertina, l’immagine e i colori mi hanno subito conquistata, così l’ho preso tra le mani ed ho iniziato a leggere l’incipit – come faccio sempre quando mi accade questo tipo di fascinazione – ,e già solo la prima frase dell’incipit mi ha convinta ad acquistarlo. Racconta la storia di Signorina e della sua famiglia, una famiglia molto particolare con personaggi che si fissano nella memoria perché figli di un tempo perduto; è anche la storia dell’amore tra madre e figlio, un amore assoluto, viscerale; la storia di un donna che, come tante altre donne, rinuncia a se stessa per amore; una donna che sa essere più forte delle proprie fragilità. Non conoscevo Ugo Riccarelli prima di questo libro, o meglio un amico mi aveva consigliato di lui “Il dolore perfetto” [che nel frattempo ho letto, emozionandomi a lungo],  e questa è una grave mancanza. Ho scoperto un autore profondamente poetico, in grado di evocare con la sua scrittura immagini d’anima vivide e pulsanti; Ugo Riccarelli cuce le parole  con cura e sapienza amorevole, grande spessore umano e restituisce al lettore la gioia di leggere emozionandosi, cum-partecipando – quasi fisicamente –  alla storia. E di questi tempi così pieni di vuoto, penso sia come aver trovato un piccolo tesoro prezioso, di cui aver cura. Ve lo consiglio, per fermarsi, respirare lento e gioire della bellezza della scrittura che arriva “dritta al cuore”.

Qui, il sito dell’autore: www.ugoriccarelli.it