Archive for the 'riflessioni' Category

[chandra livia candiani]

14 giugno 2014

piccola stella

Mappa per l’ascolto

Dunque, per ascoltare
avvicina all’orecchio
la conchiglia della mano
che ti trasmetta le linee sonore
del passato, le morbide voci
e quelle ghiacciate,
e l colonna audace del futuro,
fino alla sabbia lenta
del presente, allora prediligi
il silenzio che segue la nota
e la rende sconosciuta
e lesta nello sfuggire
ogni via domestica del senso.

Accosta all’orecchio il vuoto
fecondo della mano,
vuoto con vuoto.
Ripiega i pensieri
fino a riceverle in pieno
petto risonante
le parole in boccio.

Per ascoltare bisogna aver fame
e anche sete,
set che sia tutt’uno col deserto,
fame che è pezzetto di pane in tasca
e briciole per chiamare i voli,
perché è in volo che arriva il senso
e non rifacendo il cammino a ritroso,
visto che il sentiero,
anche quando è il medesimo,
non è mai lo stesso
dell’andata.

Dunque abbraccia le parole
come fanno le rondini col cielo,
tuffandosi, aperte all’infinito,
abisso del senso.

Chandra Livia Candiani, La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore – Ed. Einaudi

 

[ immagine di Misti ]

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Una scoperta recentissima che mi ha illuminato il cuore.
Lei scrive poesie che toccano in profondità con la semplicità di parole intense e potenti.
Parole scritte con la pelle del cuore…

 

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[#ScrivoDunqueSono]

4 maggio 2014

scrivo dunque sono

 

[…]La scrittura, frequentata da chi ne ha fatto una professione o vissuta di lettori, è un costante stato di innamoramento. Chi scrive, anche quando non sta materialmente riempiendo le pagine, sta ugualmente componendo nei pensieri. Ha infiniti semi di storie che germogliano e vanno innaffiati e nutriti con perseveranza. Alcuni non sopravvivono, altri crescono. Le storie prendono forma e vengono costantemente cullate nella mente, restano ferme, sedimentano, poi d’improvviso si allargano, comprendono altre storie che sembravano appartenere a semi differenti e che invece s’intrecciano, fondendosi in un’unica e sola. Chi scrive cerca parole tutti i giorni. Le ascolta dagli altri, le afferra dalle canzoni, le ruba ai poeti, perlustra sentieri di scritture distanti (tecniche, scientifiche, filosofiche, sportive, gastronomiche) per trovare linguaggi adeguati al proprio dire, chiavi adatte per entrare nei mondi che non conosce. Chi scrive deve riprendere il respiro ogni tanto, fare pause, stare in silenzio, ma non può vivere distante dai libri, dai quaderni bianchi, dalle matite morbide, dalle penne che scrivono bene, dalla testiera del computer. Non può evitare di parlare di scrittura e soprattutto non può smettere di scrivere, perché sa che ogni volta in cui un libro comincia è come innamorarsi di nuovo, la stessa predisposizione al corteggiamento, la stessa disponibilità nei confronti del mondo, lo stesso sorriso stampato sul viso e il medesimo struggimento per la lontananza.[…]

[…]Siamo la somma di tante parti, di infiniti personaggi. Alcuni li sentiamo aderenti, familiari, altri ci illudiamo che siano completamente estranei, qualcuno può capitare che sia (ancora) realmente sconosciuto. Eppure tutti dormono sotto il medesimo tetto, dentro la persona che ci troviamo a vivere, che ci rappresenta, che siamo.[…]

[…]Scrivere si sa, è anche un rischio. Avvicinare, ascoltare, mescolarsi, sporcarsi le mani e spingersi oltre il confine di ciò che non conosciamo ma che tuttavia siamo determinati a voler conoscere è una necessità, un bisogno fisico, un’urgenza a cui non si può non dare seguito. E quando ci pare di aver raccolto tutto il materiale che ci serve per plasmare i nostri protagonisti, ecco che qualcosa ci sfugge ancora.[…]

[…]Il massimo grado di libertà, pur nelle regole, è privilegio dei poeti. Per questo leggere poesie è il modo migliore per assimilare il linguaggio necessario. Le composizioni poetiche sono infatti suono puro e come tale capace di permeare il livello razionale della comprensione per stabilirsi in un altro regno, uno spazio riservato alla musica e alle emozioni rarefatte. In più la poesia è in qualche modo misura del linguaggio. Ritmo, tono, colore legati ai vocaboli divengono concetti immediati perché veicolati dalle figure retoriche capaci di persistere nella memoria.[…]

[…]Tra le cose scritte da Freud che preferisco, “Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio” (Boringhieri) c’è un capitolo in particolare in cui ho ritrovato alcune spiegazioni sul perché mi ostino a dire che le parole per raccontarci meglio si devono cercare nelle poesie e che quindi le uniche letture veramente necessarie, come l’aria e come l’acqua, sono i libri di versi poetici. Secondo Freud un bambino che gioca si comporta come un poeta, costruisce un proprio universo ricomponendo le singole parti a suo piacere. Anche il poeta si comporta come il bambino e giocando crea un mondo di fantasia, che prende molto sul serio, caricandolo di forti importi d’affetto.[…]

[…]Ecco perché dobbiamo saccheggiare i poeti, entrare in mondi a noi estranei attraverso le loro parole, sentirne i significati e le melodie e poi farle nostre, rapirle. […]

[…]In più aggiungerei che il poeta si muove all’interno di una forma piena di regole con l’ingegno e ciò che arriva a noi è libertà estrema. Ancora una volta nelle gabbie possiamo trovare il modo di volare. Ciascuno può inventare parole, trasformarle, adattarle e piegarle al ritmo di una composizione poetica, ma niente nutre l’orecchio, l’immaginazione e la psiche come le creazioni dei poeti, quelli capaci di poetare, le scritture degli altri. Forse è un paradosso, ma scrivere poesie non è un esercizio che ci servirà a impadronirci delle parole. Leggerle invece sì. Chiamare le cose per nome è sperimentarle, dar loro un’identità e concedere a noi stessi la possibilità di provare a sentire, vivere, immergerci nelle esperienze che identificano. Non avere le parole per dire è negare un’esperienza.[…]

Elisabetta Bucciarelli, Scrivo dunque sono – Editore Ponte alle Grazie

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Ho amato questo libro da subito, dalle prime righe, un libro che ha dato voce e corpo ai miei pensieri. Un libro che mette al centro la parola e la cura nella ricerca della parola. Scrivere è un bisogno e chi scrive sa bene la gioia che si prova quando, attraverso le parole, raggiungiamo il cuore e la mente di chi legge. Trovare le parole con cui esprimere il nostro bisogno a volte può essere difficile e complicato. In questo saggio sulla scrittura, ma definirlo saggio è riduttivo, l’autrice ci accompagna, attraverso esercizi e riflessioni, nella ricerca della comprensione dell’uso delle parole, all’interno della scrittura. Scrivere definisce chi siamo, mette in evidenza il nostro mondo interiore, ci aiuta a stare bene e a dipingere di colore emozioni e sentimenti. Le parole sono i colori per rendere ciò che siamo in poesia e musica. Aver cura delle parole, saper trovare le parole giuste per dire, è un atto d’amore e di rispetto verso chi legge. Elisabetta Bucciarelli ci aiuta a comprendere quanto sia importante e ineluttabile tutto questo. Essere scrittori richiede molto impegno, sacrificio e umiltà. Essere scrittori è vivere dentro le parole, le parole che amiamo. Grazie, Elisabetta per questo splendido viaggio dentro la parola.

 

 

[sala d’aspetto]

11 marzo 2014

SALA D’ASPETTO

L’intero spazio della mia vita
fu una sala d’aspetto da soglia a soglia,
racchiusa da vetri con aria in cornici d’acciaio
sotto le picche incrociate
di lancette d’orologio.

Stare in ascolto. Sussurrare. Trattenere il respiro.
Attendere un qualche segnale.
Ritardo. E di nuovo.
Ancora un poco. Già domani. Ancora
un attimo di pazienza infinita.

Se sbattevo l’ala contro l’aria vitrea,
invece di infrangerla,
era l’aria a spezzare la mia ala.

Sono già trascorsi i miei secondi.

Non saprò aspettare. Ma confuso
come in un sogno apparve
attraverso i vetri sporchi,
quasi in uno specchio nella nebbia,
il mio volto riflesso.

Era il volto stesso dell’attesa,
giunto al punto di pietrificazione.

E ho capito, all’improvviso:
c’è sempre un’ultima scadenza
per infrangerlo col naso –
per smuovere quest’aria inchiodata.

Non arriverà più un treno da altri luoghi.
Non più.

Dovrò io stessa diventare
il fischio di un treno lontano,
e un ritmo affannoso
sempre più veloce, sempre più vicino,
sempre più qui!


Blaga Dimitrova,
Dalla raccolta Spazi, Sofia, 1980

[io non appartengo più]

10 ottobre 2013

 

[…intensa emozione in un testo “immenso” e appassionante…da ascoltare con cura…]

[l’amore graffia il mondo]

7 ottobre 2013

Ivo se ne stava ben piantato dentro il ventre di Signorina. Aveva l’acqua intorno e dentro, e in quel brodo  tiepido si sentiva protetto e tranquillo. Ogni tanto uno scossone più forte lo faceva sobbalzare e se all’inizio s’era preoccupato di quei salti repentini, ben presto si abituò e anzi imparò a movimentare anche lui la monotonia della bolla liquida in cui si trovava, scalciando e agitando le braccia come se volesse nuotare. Là dentro giungevano rumori attutiti, a volte acuti o aspri, o bassi, profondi, e Ivo s’era immaginato che al di là della parete morbida della vescica che era la sua casa ci fossero tante altre bolle piene della stessa acqua in cui lui nuotava, dove vivevano altri esseri che suonavano quella musica curiosa fatta di bussi, di stridii, di armonie e trilli, di un linguaggio complicato e vario che lui amava stare ad ascoltare. Su tutti questi mondi regnava però un suono costante, che scandiva senza interruzione ogni momento del suo nuotare, ed era un battito ritmato, a volte lento, morbido e regolare, a volte accelerato e forte, ma sempre presente. Una compagnia, una presenza rassicurante. Un rifugio. A questi tu tump Ivo s’attaccò come a una parete di roccia, vi appoggiò la guancia per sentirne la qualità, per coglierne la vibrazione, li abbracciò e se li tenne stretti, e nel tempo che intanto trascorse, tempo che imparò  misurare proprio seguendo quei palpiti continui, riuscì a ingurgitarli come fossero il suo nutrimento, finché crebbe abbastanza da occupare tutta la sua bolla, e potè portarli oltre il suo rifugio, nel mondo dove la paura di Signorina lo scagliò, e dove li tenne per sempre dentro di sé sotto forma di musica.

Ugo Riccarelli, L’amore graffia il mondo – ed. Mondadori –  Premio Campiello 2013

Una stupenda lettura estiva, frutto del caso che mi ha portata in libreria in cerca di qualcosa di poetico e profondo di cui sentivo il bisogno, ma senza avere un’idea e senza titoli in mente.  Cercando tra gli scaffali,  sono stata attratta dalla copertina, l’immagine e i colori mi hanno subito conquistata, così l’ho preso tra le mani ed ho iniziato a leggere l’incipit – come faccio sempre quando mi accade questo tipo di fascinazione – ,e già solo la prima frase dell’incipit mi ha convinta ad acquistarlo. Racconta la storia di Signorina e della sua famiglia, una famiglia molto particolare con personaggi che si fissano nella memoria perché figli di un tempo perduto; è anche la storia dell’amore tra madre e figlio, un amore assoluto, viscerale; la storia di un donna che, come tante altre donne, rinuncia a se stessa per amore; una donna che sa essere più forte delle proprie fragilità. Non conoscevo Ugo Riccarelli prima di questo libro, o meglio un amico mi aveva consigliato di lui “Il dolore perfetto” [che nel frattempo ho letto, emozionandomi a lungo],  e questa è una grave mancanza. Ho scoperto un autore profondamente poetico, in grado di evocare con la sua scrittura immagini d’anima vivide e pulsanti; Ugo Riccarelli cuce le parole  con cura e sapienza amorevole, grande spessore umano e restituisce al lettore la gioia di leggere emozionandosi, cum-partecipando – quasi fisicamente –  alla storia. E di questi tempi così pieni di vuoto, penso sia come aver trovato un piccolo tesoro prezioso, di cui aver cura. Ve lo consiglio, per fermarsi, respirare lento e gioire della bellezza della scrittura che arriva “dritta al cuore”.

Qui, il sito dell’autore: www.ugoriccarelli.it

[girotondo]

7 settembre 2013

[Grazie, Bea]

[l’etica del parcheggio abusivo]

1 agosto 2013

Olga cammina, si ferma apre la borsa. Controlla il borsellino di monete. Il fazzoletto di pizzo, mollette colorate per i capelli. Si muove morbida, nei suoi quasi settanta chili per la poca altezza. Riccioli biondi e occhi da cerbiatta. […]

Olga non teme i percorsi lunghi, né il sole, né la pioggia. Sale sull’autobus dove gli occhi stranieri s’incollano alla sua figura. Scende in metropolitana, dove la penombra la smagrisce un po’, ma lo spazio a disposizione è ancora meno. L’umanità omologata dal peso e dalle misure non tollera il sedile e mezzo occupato da lei. Di fianco, al limite, potrebbe starci un’anoressica o un bambino. Magro però. Passa attraverso i tornelli, cercando di mettersi di profilo, per non sporcare i vestiti puliti, leggeri, estetici. Strisciando e forzando se stessa. Sembra danzare aggraziata tra gli interstizi di una città estesa, in alto e in basso, ma non a sua dimensione. Eppure lei cammina sicura. Scarpe con un tacco che non fa rumore, slancia la caviglia e guadagna chilometri. Punta-tacco, un due tre. Pasticcerie, rosticcerie, chioschetti. Sbuca in piazza XXIV maggio, larghezze e traffico, l’albero più ciccione di Milano, la grande quercia, al centro degli incroci. La piantò un avvocato tanti anni fa. Ogni volta che Olga incrocia il tronco le scappa un sorriso. Alza gli occhi a seguire i riccioli di ramo. E pensa a quanto si assomigliano loro due. Larghe, solide e piantate al loro posto.

Ma oggi è diverso.

Olga ha il naso all’insù. Verso il cielo che si specchia nei suoi occhi. Ha in mano il cellulare e sta scattando una foto. […]

Elisabetta Bucciarelli, L’etica del parcheggio abusivo – Feltrinelli Editore

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Milano. Una grande quercia. Un parcheggio non autorizzato.
Mario un parcheggiatore che si prende cura delle auto e concede gratta e sosta solo a chi sa risolvere giochi di parole, mettendo alla prova la cultura dei proprietari. Per sostare nel suo parcheggio bisogna rispondere ai suoi sottili quesiti. Anafore, palindromi, ossimori, mesostici, sono queste le “misure” che chi vuole parcheggiare la propria auto deve dar prova di conoscere e non tutti possono trovare posto nel “suo” parcheggio; il parcheggio di Mario, appunto, perché a pochi è dato conoscere la fine bellezza nascosta nel significato nelle parole.

L’etica del parcheggio abusivo nasce come audiodramma, ma dai toni lievi, nonostante si stia indagando sulla scomparsa del parcheggiatore.
Intorno a lui molti personaggi, tra cui la mia amata Olga, che con lui, in varie occasioni, hanno interagito.
Un’indagine complessa che porterà verso un finale inaspettato…

Protagonista del libro è il “giocare con le parole”…ho trovato geniale mettere al centro della storia l’idea di far “parlare” le parole attraverso i quesiti di Mario; il suo non accontentarsi di risposte banali o affrettate, ma indurre le persone a dare un senso e un significato alle anafore, agli ossimori, ai mesostici, restituendo bellezza e profondità di significato al dire.
…ciò che, in questi ultimi anni, si è perso….senso e misura relegati in secondo piano, a favore dell’uso/abuso della parola scritta e orale.

Una lettura come un bel respiro, uno di quei respiri che sanno di buono.
E che costringe a pensare a fondo e a rivedere il nostro approccio alla parola. E a tutte le potenzialità in essa celate.

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Ed ho appena scoperto che in questi giorni se ne parla qui proprio con l’autrice… 🙂

 

[il vizio di leggere]

2 maggio 2012
Il vizio di leggere.
Un vizio che mi appartiene da sempre.
Un vizio a cui non rinuncerei mai.
Proprio Mai.
La lettura mi ha salvata fin da bambina, in tempi in cui il buio sembrava volermi soffocare nelle sue spire.
Un vizio che vorrei contagiasse ogni essere umano sulla terra…perchè leggere è cibo ed energia per vivere e imparare dalla vita.
Ed ora che viviamo in tempi di crisi e ci sembra di non trovare la luce, la luce della cultura è la nostra àncora di salvezza…leggere, leggere per non trasformarci in esseri senza cuore, senza anima.

Un grazie specialissimo ad Elisabetta Bucciarelli per questo meraviglioso video.

[questo non è un post poetico]

31 marzo 2012
Forse  ne uscirà la parte più asprigna di me ma in questi ultimi giorni mi sta veramente montando dentro una gran irritazione; un’irritazione intensa, quasi collera, che la parte più razionale cerca sempre di ricondurre su piani di discussione civile e pacata…ma – appunto in questi ultimi due giorni – leggo e ascolto in tv [su repubblica e rainews, principalmente] che:
il divario prezzi-salari non è mai stato così grande
lo zucchero e il caffè sono carissimi
 la luce aumenterà ancora, così pure il gas
 la metà degli italiani dichiara 15.000 euro
 per vivere dignitosamente una famiglia italiana ha bisogno almeno di 2500 euro mensili
……maddai, ho pensato “finalmente se ne sono accorti!”
Anche se, devo dire, mi pare di essere finita in un altro film, un brutto film…ché per chi deve vivere con uno stipendio da lavoro dipendente, il pane quotidiano è trovare la misura giusta per fare la spesa senza sentirsi salassati, così come pagare le bollette, star dietro ai figli che crescono e si scontrano con il mondo del lavoro che gli chiude le porte in faccia…e fare in modo che le addizionali regionali e comunali e tra poco l’IMU siano il meno possibile invasive….
Nel mio piccolo quotidiano erano lampanti certe storture e leggerlo qui oggi, ha un sapore amarissimo. Sono certa si sapesse già, benissimo ed il malcostume è diventato così normale da farti sentire quasi una mosca bianca, tu che invece sei corretto e le tasse le paghi tutte.
L’Italia, per ritrovare la retta via, deve prima di tutto prendere le distanze dalla disonestà civile che è anche data dall’evadere le tasse. Deve davvero riscrivere il significato della parola equità e i politici devono smettere di litigare e rabberciare idee…devono ritornare ad essere vicini alla gente, ma vicini davvero.

[…]

29 febbraio 2012
L’importanza del viaggio non sta tanto nel sapere dove siamo, ma verso quale direzione stiamo andando, senza perdere nulla di ciò che troviamo durante il percorso.
Romano Battaglia