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[verba ludica]

28 dicembre 2013

 

Occhi chiusi e immagini distorte nella memoria dello sguardo. Un albero spoglio, un sentiero di montagna tanto amato, uno scialle morbido sulle spalle, un libro pieno di parole custodito gelosamente nella borsa, il cielo azzurro, cornice di tanti giorni felici. Immagini che si susseguono in sequenza ripetuta, come in una moviola del tempo perduto. Tutto era silenzio in lei. Silenzio ostinato e profondo. La solitudine in cui la sua vita era precipitata dopo la scomparsa delle persone a cui era legata, avevano trasformato la sua vita in un gigantesco, incolmabile vuoto. Un vuoto che nulla sapeva riempire, nemmeno il suo lavoro, che tanto amava, sapeva darle ciò di cui aveva bisogno. Le mancava l’amore, era circondata da tante cose e persone ma nessuno la toccava e nel cuore sentiva solo freddo. Per questo si era lasciata andare a frequentazioni non troppo ortodosse e alla fine aveva ceduto ed aveva provato anche lei il brivido di quelle pasticche colorate. Ecstasy le chiamava la sua nuova “amica”. Si erano conosciute in un bar, una fredda mattina di dicembre, e tra una chiacchera e l’altra si era illusa di aver trovato finalmente qualcuno che sapesse ascoltare. Lei era fragile e la sua nuova “amica” l’aveva capito subito. Aveva compreso di aver trovato la gallina dalle uova d’oro e l’aveva subito adulata e con lusinghe e parole sommesse aveva conquistato la sua fiducia. Era iniziata così la loro “amicizia”, una fredda mattina di dicembre, in un bar, bevendo una cioccolata calda, parlando di progetti e attese per un futuro meno nero. La sua nuova “amica” sapeva ascoltare e comprendere così le sembrò naturale provare quelle pasticche colorate che le offriva e che promettevano meraviglie a colori, nonostante dovesse pagare una certa cifra per averle si fidava ciecamente, non avrebbe mai pensato, nella sua totale ingenua buona fiducia, che un’”amica” potesse farle del male. Ne aveva prese un paio, forse di più, era così stanca del nero e del vuoto che il colore promesso le sembrava la meta sempre cercata e le ingerì senza farsi troppe domande. Adesso giaceva immobile su un lettino del pronto soccorso. I soccorsi erano arrivati la mattina, allertati dalla collega che l’aspettava in ufficio. Lei sempre puntuale e precisa non arrivava, proprio la mattina in cui si doveva consegnare un lavoro urgente. Il cellulare staccato, il fisso senza risposta. I paramedici avevano capito che la sua situazione era molto seria, un codice rosso e a sirene spiegate erano arrivati in ospedale. Con lei solo la collega, l’”amica” era sparita. Overdose avevano stabilito i medici ed avevano provato a rianimarla in tutti i modi possibili. Lei non si era mai ripresa. Dietro gli occhi chiusi solo quelle immagini in sequenza che si ripetevano ossessivamente. E il silenzio non si era mai interrotto.
“L’abbiamo persa, dottore”.
“Mi lasci fare un ultimo tentativo”.
“Sono quasi quarantacinque minuti che prova, dottore, è stata troppo tempo senza ossigeno”.
Il medico guardò il corpo ormai senza vita e dichiarò:
“Ora del decesso 13.35”.

 

“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti.
Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link  http://carbonaridellaparola.blogspot.it/ “

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[ immagine di Misti ]

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[verba ludica]

14 dicembre 2013

 

misterioso tanguero
il ricordo delle tue mani sui miei fianchi
del tuo sguardo colmo d’amore
[nei gesti misurati di una danza sensuale]

è avviluppato in me, in profondità
e non c’è odio o ragione che lo possa far svanire
anche se ora non ci sei più
ora che hai deciso di lasciarmi sola

sola

con i miei fantasmi e le mie paure

 

[ immagine Jack Vettriano ]

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Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link http://carbonaridellaparola.blogspot.it/ “