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[racconti in sala d’attesa]

3 luglio 2014

 

Racconti in sala d’attesa

In attesa. Sei fermo. Come chiuso in una scatola, senza poterti muovere, al massimo puoi fare qualche passo avanti e indietro. […] In attesa. Di una buona notizia o di una brutta notizia e comunque impaziente. In attesa del tuo turno annoiato, preoccupato, indifferente. In attesa il tempo si dilata. […] Lo diciamo sempre: “Mi piacerebbe leggere, ma non ho mai tempo”. Sfruttiamo le attese, le attese alla fermata del bus, dal medico, in posta, in ospedale. Le sale d’attesa sono non-luoghi: non accade niente, non si può far niente se non aspettare il proprio turno. Il tempo a disposizione diventa tempo nemico. Le sale d’aspetto degli ospedali tra tutte sono le più solitarie: cariche di tensioni, pensieri, preoccupazioni. Questa raccolta di racconti nasce proprio in ospedale. L’ultimo posto dove uno si aspetterebbe di trovare dei racconti.
“Ei, Ita, che fai?” Vincenzo digita l’sms sul cellulare.
“Ciao Vincio, sono al lavoro.” Margherita, sua sorella, risponde veloce.
“io sono in ospedale. In attesa del mio turno di chemio. Mi annoio, anzi no, la verità è che vengo assalito da pensieri terribili”.
“Eh, già”.
“Ti racconto una storia?”
“Sì se ci fosse un libro in questa sala leggerei e riuscirei a non penare. Ma un libro non c’è, dai raccontami una storia”.
Vincenzo Federico è morto il 6 gennaio 2012. Tumore al cervello. […]
Scriveva sul suo blog: “Ecco, un anno fa il mondo si dischiudeva dinanzi a me, e tutto mi è apparso nitido davanti, e da allora mi sembra di vedere il mondo filtrato da una lente che elimina orpelli e superficialità lasciando solo il cuore delle cose, scoperto, inerme e vulnerabile e nel contempo sfuggente all’osservatore casuale. Momenti che non saprei descrivere altro che come essenziali, nell’eccezione privativa, sinonimo di semplice”.
Ed ecco questa antologia, un libro “semplice”, un libro “essenziale”, nato da quello scambio di sms. Un libro che vuole eliminare gli orpelli e andare dritto al cuore.
Due fratelli cercano di ingannare l’attesa e si raccontano una storia, come fa la mamma con il suo bambino prima di andare a nanna, come può fare solo una sorella, che vuole disperatamente aiutare suo fratello a non pensare a tutte le cose terribili che invadono la testa quando si è in attesa di un ciclo di chemio.
L’obiettivo è portare gratuitamente questo libro in tutte le sale d’attesa e le corsie degli ospedali italiani, per i pazienti che devono affrontare cure impegnative, ma anche per i parenti e gli amici, che li accompagnano e aspettano con loro, accanto a loro, e per gli infermieri, i medici, i volontari, le associazioni, il personale amministrativo.
Un progetto reso possibile grazie a una squadra di scrittori e a un lavoro lungo un anno. Elisabetta Bucciarelli, Luigi Romolo Carrino, Maurizio de Giovanni, Patrick Fogli, Gabriella Genisi, Andrej Longo, Giuseppe Lupo, Emilia Marasco, Marco Marsullo, Antonio Paolacci, Patrizia Rinaldi hanno scritto un racconto gratuitamente. Hanno lavorato con passione e dedizione, fra i mille impegni quotidiani. Tutti hanno accettato la sfida, come lo ha fatto la casa editrice, che in un’Italia dove l’editoria è sempre più in crisi, ha scelto di pubblicare un’antologia dedicata a chi ha bisogno di aggrapparsi a un racconto per vincere il tempo. gli scrittori hanno raccontato delle storie per lenire paure, distrarre pensieri, ingannare il tempo. Storie piccole, storie di coraggio, amicizia, manie quotidiane, amore. Storie per non sentirsi soli, e per non avere paura, proprio come quando eravamo bambini. Storie che, raccolte in un’antologia come questa, diventano un esperimento d’amore…per chi scrive e per chi legge.
Cristina Zagaria – dall’introduzione a Racconti in sala d’attesa, Caracò Editore

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A tutti noi è capitato di sostare nelle sale d’attesa di un ospedale, accompagnando amici o parenti, o per problemi personali. Nell’ultimo anno è capitato anche  me. E sono d’accordo con la curatrice del libro quando afferma che queste sale d’attesa sono non-luoghi. Io ne ho frequentati molti di questi non-luoghi, in attesa di conoscere la mia diagnosi e per le cure chemioterapiche. Poi è arrivato questo libro che mi ha resa davvero felice. Un progetto molto impegnativo ma che sta dando i suoi frutti. Molti ospedali italiani hanno aderito a questo progetto e altri chiedono di poter partecipare. E questo è davvero un bene immenso. Dare sollievo a chi è in difficoltà è un dono d’amore e questo libro è un dono. Per tutti. C’è così tanto bisogno di umanità e cumprensione.

Qui il blog del libro se volete approfondire e conoscere il Progetto.

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Io ho scritto un brevissimo raccontino di quello che è stata la mia esperienza. Ve lo lascio qui se volete leggerlo. Se non siete ancora stanchi…

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[ diagnosi di un’ attesa ]

Le sale d’attesa. Ne aveva frequentate tante negli ultimi tre mesi. Da giugno era tutto un avvicendarsi di appuntamenti per esami e visite, da quando il dolore le aveva bloccato la schiena e si cercava la causa. Gli ospedali non erano nelle sue corde, anzi, li detestava. Gli odori, i colori e ogni cosa le ricordava il suo passato, quando, bambina accompagnava la sua mamma nella cura del papà. Ed ora eccola lì, seduta su una poltrona scomoda ad aspettare il suo turno per l’ennesimo esame.  Non aveva mai fatto caso a quanto fossero squallide e poco accoglienti le sale d’attesa, non si era mai soffermata a guardare con occhi che sanno vedere, forse perché le occasioni erano sempre state poche e mai così prolungate nel tempo. Ciò che colpiva il suo sguardo erano di solito le pareti spoglie, unico arredamento gli avvisi in bacheca e opuscoli informativi sui servizi dell’ospedale. Mancava il senso dell’accoglienza, a trecentosessanta gradi. Spesso anche il personale infermieristico non riusciva a dare quel sollievo necessario a chi, trovandosi in una situazione così delicata come l’oncologia, ne ha bisogno. Lei si chiedeva come fosse possibile. Aveva sempre pensato che in ogni struttura ospedaliera ci fossero sentimenti di accoglienza e bene verso chi soffre, ma non era così. Insensibilità all’altrui dolore? Un modo per distaccarsi dal paziente non lasciandosi coinvolgere? Non avrebbe saputo dare una risposta certa, forse entrambe le cose o forse, semplicemente, funzionava così. Di certo questo atteggiamento non le piaceva, le faceva male. Chi soffre, chi è in ansia, chi è in attesa di conoscere una diagnosi negativa ha diritto ad un sorriso, ad una parola di consolazione, anche silenziosa. Le era capitato di assistere anche a furiosi battibecchi tra parenti di pazienti e medici, la qual cosa era ancora più preoccupante di tutte le altre messe insieme. Lei osservava tutto e registrava ogni minimo palpito. Perlopiù rimaneva in silenzio. C’era invece chi sentiva il bisogno di raccontare la sua storia personale, il motivo per cui si trovava lì, proprio in quella sala d’attesa. Spesso erano fiumi in piena desiderosi di sfogarsi con qualcuno. Molte volte i particolari delle storie erano intimi eppure non si preoccupavano di filtrare parole e frasi. Qualche volta era imbarazzante ascoltare, soprattutto perché lei era molto riservata, non le piaceva confidarsi con gli estranei, figuriamoci, faticava a raccontarlo alle persone care…nessuno ancora sapeva dei controlli nella cerchia dei parenti e degli amici. In casa si era deciso di aspettare la certezza, di avere la conferma definitiva per non allarmare inutilmente, visto che l’ipotesi che si affacciava era molto “pesante”. Lei ancora non voleva crederci, non voleva accettare che da un semplice mal di schiena si era aperto quasi un baratro che la stava inghiottendo come un piccolo sassolino spezzato. L’ultimo appuntamento era confermato ed era appena arrivata nell’ennesima struttura ospedaliera. Nuovissima ed immensa, mai frequentata prima d’ora. Lì, ma ancora non sapeva, avrebbe trovato il luogo in cui curarsi e trovato un ambiente completamente diverso da quelli fino ad ora visti e vissuti. Ci era arrivata grazie ad un medico che conosceva bene il reparto oncologia, le aveva assicurato medici qualificati e personale preparatissimo. Lei si fidava, voleva fidarsi, voleva sperare ancora di poter trovare quell’accoglienza che fin lì le era mancata, soprattutto voleva una diagnosi favorevole, non voleva accettare di essere malata. Appena entrata nella grande hall, sì perché l’aspetto era proprio quello, la hall di un albergo, ebbe la sensazione che qualcosa di differente ci poteva essere. Non sembrava un ospedale, appunto, e i visi incontrati erano aperti e quasi sorridenti. Un ambiente confortevole, luminoso e pulito. Cercò subito il reparto perché si era accorta di essere leggermente in ritardo. Fu molto semplice, anche le indicazioni hanno il loro peso in un ambiente che non conosci e lì erano molto chiare. Quando mise piede nella sala d’aspetto non voleva credere ai suoi occhi!!!! C’erano piante verdi rigogliose e fiorite, ampie poltrone comode, ma soprattutto c’erano i libri. Una sala d’aspetto con i libri e riviste di cultura per rendere l’attesa molto meno difficile ai pazienti che sostano per ore. Incredibilmente vero, tutti libri donati, una biblioteca gestita da volontari. E sentì subito il suono dell’accoglienza, il sorriso dell’infermiera che la faceva accomodare in attesa fu benefico e spezzò per un po’ di tempo l’ansia dell’attesa. Ancora non sapeva che quel reparto sarebbe stato “casa sua” per lunghissimi mesi a venire. Mesi di cure che sarebbero state anche dolorose da sostenere. Quando fu il suo turno di visita e conobbe il medico che l’avrebbe poi seguita passo passo fu certa di aver trovato ciò che cercava. Cum-prensione e cura vanno di pari passo. La cura della malattia che avrebbe trovato conferma nell’ipotesi, sarebbe stata molto lunga. Si cura il corpo ma anche l’anima e lì, in quel reparto sentì che sarebbe stato possibile, ne ebbe la certezza. Anche nei momenti peggiori, nei più difficili non mancarono parole e sostegno. E soprattutto non mancarono mai i libri, la sua compagnia, la compagnia di tanti pazienti nel cammino della cura.

Lu

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[#ScrivoDunqueSono]

4 maggio 2014

scrivo dunque sono

 

[…]La scrittura, frequentata da chi ne ha fatto una professione o vissuta di lettori, è un costante stato di innamoramento. Chi scrive, anche quando non sta materialmente riempiendo le pagine, sta ugualmente componendo nei pensieri. Ha infiniti semi di storie che germogliano e vanno innaffiati e nutriti con perseveranza. Alcuni non sopravvivono, altri crescono. Le storie prendono forma e vengono costantemente cullate nella mente, restano ferme, sedimentano, poi d’improvviso si allargano, comprendono altre storie che sembravano appartenere a semi differenti e che invece s’intrecciano, fondendosi in un’unica e sola. Chi scrive cerca parole tutti i giorni. Le ascolta dagli altri, le afferra dalle canzoni, le ruba ai poeti, perlustra sentieri di scritture distanti (tecniche, scientifiche, filosofiche, sportive, gastronomiche) per trovare linguaggi adeguati al proprio dire, chiavi adatte per entrare nei mondi che non conosce. Chi scrive deve riprendere il respiro ogni tanto, fare pause, stare in silenzio, ma non può vivere distante dai libri, dai quaderni bianchi, dalle matite morbide, dalle penne che scrivono bene, dalla testiera del computer. Non può evitare di parlare di scrittura e soprattutto non può smettere di scrivere, perché sa che ogni volta in cui un libro comincia è come innamorarsi di nuovo, la stessa predisposizione al corteggiamento, la stessa disponibilità nei confronti del mondo, lo stesso sorriso stampato sul viso e il medesimo struggimento per la lontananza.[…]

[…]Siamo la somma di tante parti, di infiniti personaggi. Alcuni li sentiamo aderenti, familiari, altri ci illudiamo che siano completamente estranei, qualcuno può capitare che sia (ancora) realmente sconosciuto. Eppure tutti dormono sotto il medesimo tetto, dentro la persona che ci troviamo a vivere, che ci rappresenta, che siamo.[…]

[…]Scrivere si sa, è anche un rischio. Avvicinare, ascoltare, mescolarsi, sporcarsi le mani e spingersi oltre il confine di ciò che non conosciamo ma che tuttavia siamo determinati a voler conoscere è una necessità, un bisogno fisico, un’urgenza a cui non si può non dare seguito. E quando ci pare di aver raccolto tutto il materiale che ci serve per plasmare i nostri protagonisti, ecco che qualcosa ci sfugge ancora.[…]

[…]Il massimo grado di libertà, pur nelle regole, è privilegio dei poeti. Per questo leggere poesie è il modo migliore per assimilare il linguaggio necessario. Le composizioni poetiche sono infatti suono puro e come tale capace di permeare il livello razionale della comprensione per stabilirsi in un altro regno, uno spazio riservato alla musica e alle emozioni rarefatte. In più la poesia è in qualche modo misura del linguaggio. Ritmo, tono, colore legati ai vocaboli divengono concetti immediati perché veicolati dalle figure retoriche capaci di persistere nella memoria.[…]

[…]Tra le cose scritte da Freud che preferisco, “Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio” (Boringhieri) c’è un capitolo in particolare in cui ho ritrovato alcune spiegazioni sul perché mi ostino a dire che le parole per raccontarci meglio si devono cercare nelle poesie e che quindi le uniche letture veramente necessarie, come l’aria e come l’acqua, sono i libri di versi poetici. Secondo Freud un bambino che gioca si comporta come un poeta, costruisce un proprio universo ricomponendo le singole parti a suo piacere. Anche il poeta si comporta come il bambino e giocando crea un mondo di fantasia, che prende molto sul serio, caricandolo di forti importi d’affetto.[…]

[…]Ecco perché dobbiamo saccheggiare i poeti, entrare in mondi a noi estranei attraverso le loro parole, sentirne i significati e le melodie e poi farle nostre, rapirle. […]

[…]In più aggiungerei che il poeta si muove all’interno di una forma piena di regole con l’ingegno e ciò che arriva a noi è libertà estrema. Ancora una volta nelle gabbie possiamo trovare il modo di volare. Ciascuno può inventare parole, trasformarle, adattarle e piegarle al ritmo di una composizione poetica, ma niente nutre l’orecchio, l’immaginazione e la psiche come le creazioni dei poeti, quelli capaci di poetare, le scritture degli altri. Forse è un paradosso, ma scrivere poesie non è un esercizio che ci servirà a impadronirci delle parole. Leggerle invece sì. Chiamare le cose per nome è sperimentarle, dar loro un’identità e concedere a noi stessi la possibilità di provare a sentire, vivere, immergerci nelle esperienze che identificano. Non avere le parole per dire è negare un’esperienza.[…]

Elisabetta Bucciarelli, Scrivo dunque sono – Editore Ponte alle Grazie

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Ho amato questo libro da subito, dalle prime righe, un libro che ha dato voce e corpo ai miei pensieri. Un libro che mette al centro la parola e la cura nella ricerca della parola. Scrivere è un bisogno e chi scrive sa bene la gioia che si prova quando, attraverso le parole, raggiungiamo il cuore e la mente di chi legge. Trovare le parole con cui esprimere il nostro bisogno a volte può essere difficile e complicato. In questo saggio sulla scrittura, ma definirlo saggio è riduttivo, l’autrice ci accompagna, attraverso esercizi e riflessioni, nella ricerca della comprensione dell’uso delle parole, all’interno della scrittura. Scrivere definisce chi siamo, mette in evidenza il nostro mondo interiore, ci aiuta a stare bene e a dipingere di colore emozioni e sentimenti. Le parole sono i colori per rendere ciò che siamo in poesia e musica. Aver cura delle parole, saper trovare le parole giuste per dire, è un atto d’amore e di rispetto verso chi legge. Elisabetta Bucciarelli ci aiuta a comprendere quanto sia importante e ineluttabile tutto questo. Essere scrittori richiede molto impegno, sacrificio e umiltà. Essere scrittori è vivere dentro le parole, le parole che amiamo. Grazie, Elisabetta per questo splendido viaggio dentro la parola.

 

 

[dritto al cuore]

8 luglio 2013

[…] Femminile, verticale. Montagne madri da scalare, superare, conquistare. Mai del tutto, mai per sempre. Donne stabili, ferme solo in apparenza. Faticose da sostenere perché potenti, autodeterminate, centrate. Si va per differenza, quando non si hanno altre strategie si cerca di togliere e minare, scavando e sottraendo ciò che le tiene salde alla terra.[…]

Dritto al cuore, Elisabetta Bucciarelli –  Edizioni E/O

[ dritto al cuore ]

30 giugno 2013

Ogni montagna ha il suo carattere. Non è la roccia nuda, quella acuminata o muschiosa a rendere algida e fredda una montagna. Non è nemmeno l’estensione di un ghiacciaio o l’antropizzazione di un tratto troppo esteso. È la disposizione delle pareti, l’angolazione dei pendii, la predisposizione a farsi attraversare, raggiungere, penetrare. È un essere in divenire, muta come mutano le stagioni degli umani. Fiorisce e perde linfa, si ammala e rattrappisce. Spacca e crea voragini rendendo irraggiungibili porzioni di spazio. È in parte ancora violata, a tratti sfregiata, corrotta e contaminata. Espugnata, rivendicata e vergine. A volte non ha nemmeno un nome.
ci sono punti su cui nessuno ha mai appoggiato il piede, latri dove nemmeno lo sguardo è arrivato a scrutare. Angoli, anfratti, voragini.

Elisabetta Bucciarelli, Dritto al cuore – Edizioni E/O

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Un noir. Un noir poetico. Un noir poetico tutto al femminile.
Parrà strano ad alcuni leggere noir poetico, nei noir di solito la poesia non è contemplata, ma in questo libro di Elisabetta Bucciarelli si respira tanta poesia.
Un noir al femminile perché protagoniste sono tutte donne.

Maria Dolores Vergani, ispettrice di polizia in aspettativa dopo le vicissitudini narrate nel precedente libro.

Ariel, con le sue fragilità di adolescente alla ricerca della verità su se stessa e la sua mamma ed il suo rapporto con Zefiro, nonno protettivo a modo suo, che vorrebbe cancellare dalla sua vita aspetti dolorosi, anche negando,  quando invece la piccola Ariel è molto più forte di quel che lui pensi. E vorrebbe fargli capire che dentro la semplicità delle cose è nascosta la vera felicità…in fondo lei ama la semplicità e nel contatto con la Terra, con le sue radici trova una sua dimensione.

La casa e la faccia-bambina che la abita che tutto vede e sa. Come una sorta di coscienza  atavica a cui attingere per dar forma ai nostri dubbi e alle nostre paure ancestrali, perché, in fondo noi, “Abitiamo i luoghi che abbiamo dentro”.

La montagna – la splendida cornice della Valle d’Aosta – e i suoi sentieri  tortuosi che ti permettono di conoscere, attraverso la fatica, un mondo pieno di bellezza e di pace…una pace difficile da contenere e mantenere….chè quando pensi di aver conquistato qualcosa ecco che un nuovo ordine di cose spariglia tutto e si ricomincia a salire o a scendere.

E l’indagine sul delitto di una donna decapitata, trovata nel bosco dove i protagonisti vivono e che riporta al femminicidio, di cui tanto si parla. Il femminicidio è una piaga che fa male. La violenza sulle donne da parte di chi dice di amare quelle stesse  donne che poi uccide è qualcosa di inaccettabile e credo che la società tutta debba seriamente riflettere sull’educazione emotivo affettiva di maschi e femmine. Perché accanto a maschi “violenti” ci sono femmine che accettano la violenza, nel senso che non sanno distinguere un gesto d’affetto da un gesto che affettuoso non è. Leggi più severe certo, ma penso che non possano bastare se non si passa, appunto, anche attraverso una (ri)educazione emozionale.

Un bellissimo libro, teso a sottolineare e far riflettere su quanto la natura femminile abbia ancora da percorrere per conquistare una sua autonomia consapevole…ma anche vuole farci sentire quanto sia importante tornare a riappropriarci del contatto con la Terra e della parte ancestrale nascosta dentro di noi, quella fatta di semplicità e rispetto verso tutto ciò che ci circonda, sia esso animale o vegetale. Un libro dove si sente la cura della parola ed ogni frase è un fine ricamo. Un libro scritto con amore, sì lasciatemelo dire; una storia molto intensa e profonda, piena di segni e simboli su cui riflettere e far tesoro.

Qui, il blog del libro….e qui il sito dell’autrice.

 

# Gli orizzonti verticali di Elisabetta Bucciarelli sul sito della RAI.

[ nascita di olga ]

16 giugno 2013

Nascita di Olga

Sul cibo che cucinavo si diceva di tutto. Non era sempre buono, a volte era appena accettabile. Lo proponevo seguendo gli apprezzamenti dei commensali perciò poteva succedere che per tre giorni di seguito si consumasse la medesima pietanza. A quel punto diventava noioso. Se invece non piaceva usciva dal menù e spariva. Gli ingredienti base erano sempre gli stessi.

Pasta, lunga o corta. Se corta, penne o farfalle. Pomodoro, salsa fatta in casa. Olio extra vergine d’oliva, spremuto a freddo. Carne bianca, petto di pollo o di tacchino. Uova di galline, libere di razzolare in un’aia. Insalata biologica. Verdure colorate, peperoni, zucchine, cetrioli, melanzane. Patate e carote. Non mancavano latte e formaggi, il primo sempre intero e fresco, i secondi possibilmente non stagionati. Parmigiano, quanto basta.

Di questi cibi non mi piaceva l’odore. Né del pomodoro cotto, né della carne. Neppure dei vegetali e meno ancora dei formaggi. Era un odore nauseabondo, riuscivo a percepire il pezzetto marcio e quello ammuffito.

Tutto era corrotto e a me toccava l’alchimia della trasformazione. Uccidere tutti i batteri, fare in modo che nulla contaminasse il corpo. Sobbollivo, ribollivo, lessavo, friggevo fino allo snervamento di ogni sostanza.

Non provavo alcun desiderio, né per le materie prime e nemmeno per il risultato del processo di amalgama. Ogni alimento mi provocava solo repulsione.

La cassa della verdura era ancora appoggiata fuori dalla porta. Con indolenza la stavo sollevando quando l’uomo me la tolse dalle mani.

Lo guardai per qualche istante prima di ringraziarlo. Restava lì, fermo, e non se ne andava.

Posso fare qualcosa per lei?” gli chiesi arrossendo.

La sua pelle ha il colore delle annurca” rispose con un sorriso. Le mie guance erano esattamente come le mele che avevo nella cesta. E aggiunse: “I suoi capelli sono simili all’oro dei pistilli di zafferano”.

Iniziò a parlare così e nel giro di poco lo rividi altre volte, per caso o per volontà, questo non lo so. “Nemmeno la farina è bianca quanto il tuo incarnato, forse il latte, ecco sei fresca come il latte” eravamo passati al tu.

Divenne facile capire dove saremmo arrivati, tra un ingrediente e l’altro, seguendo un tempo breve ma singolare. Baci sulle mie labbra, rosse come ciliegie, diceva lui e carezze sui miei seni, sodi come uova saporite, e gli piacevo dappertutto perché sapevo di cioccolato bianco.

Ero zucchero che restava appiccicato alle dita, d’anice nel retrogusto. Non mi accorsi nemmeno di quanto il corpo stesse diventando cibo, invece del contrario, e di come olfatto e gusto si mescolassero tra loro.

Iniziai a coltivare il desiderio trattandolo come fosse un ricettario. Immaginai la prima torta che lo contenesse tutto. Sgusciai le uova e le montai fino a un composto chiaro e spumoso e poi con calma e ritmicamente aggiunsi la farina. Con un setaccio, a pioggia, lievito e cacao. Il burro morbido tra le mie dita finì sul fondo della tortiera e poi tutto in forno, alta temperatura per il tempo giusto.

Divenni brava a far crescere la panna e non mi stancavo del gesto ripetitivo di mescolare le piccole dosi di latte, mentre il fuoco lento trasformava ciò che doveva in miscela buona e densa di crema pasticcera. Le ciliegie sciroppate, il cioccolato a scaglie e persino la ricotta divennero sodali. Sentivo i profumi e il gusto dolce.

Più lui entrava nella mia vita più io spingevo le mani dentro la materia..e senza accorgermi presi a nutrire il mondo e finalmente me stessa. Impastavo, degustavo, amalgamavo, frullavo, nappavo, sbollentavo, imprimevo e rosolavo, parole e azioni, come fossero passi di danza. E aumentavo, crescevo divenivo tonda a dismisura.

Ecco la forma. La mia, finalmente raggiunta.

Mi dissi un giorno, che per amore sono diventata il mio nome. Mi chiamo Olga, e quando lo pronuncio le labbra passano da un cuore a un sorriso.

 Elisabetta Bucciarelli, Nascita di Olga – Opificio Monzese delle Pietre Dure

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Questo racconto è stato scritto dall’autrice per “Alla ricetta del tempo perduto”, un percorso di racconti e cucina, all’interno di Appetiti cibo in festival a che si tiene a Barzanò (Lecco) dal 4 maggio al 21 luglio 2013.

Olga è un personaggio a cui sono molto affezionata che compare la prima volta in “Femmina de luxe” (Perdisa editore) e successivamente in “L’etica del parcheggio abusivo” (Feltrinelli editore).

Olga è una donna morbida – qualcuno direbbe grassa – che non si cura delle mode e non vuole dimagrire. Nelle sue forme c’è la sua identità.
Femmina de luxe è un noir che racconta la storia di Marta, alla ricerca di una perfezione fisica che esiste solo dentro se stessa e che non riuscirà mai a raggiungere. 

Una storia drammatica e molto attuale, che mette al centro l’incapacità di accettarsi in una società che richiede la perfezione fisica. Così il cibo e l chirurgia estetica, divengono un’arma da usare contro se stessa.
Di contro Olga non si cura della perfezione e si sente felice nei suoi abiti pieni di svolazzi…ma anche lei dovrà patire una grande solitudine interiore. La solitudine delle anime semplici.

In questi giorni, della stessa autrice, è uscito per E/O,  “Dritto al cuore”.

A breve ve ne parlerò..

[milano vista con gli occhi del cuore]

24 marzo 2013

Milano vista dalle sue fronde. Una realtà verde e un po’ rustica

 

GLI ALBERI, SENTINELLE TRA MANAGER E POLITICI, MENTRE SVETTANO (TROPPI) NUOVI E GRIGI PALAZZI

 

 

di Elisabetta Bucciarelli
Se inizi a passeggiare per Milano,  ti accorgi presto che la specie milanese  è rustica. Resistente a  ogni genere di fumo. Scappamenti,  caldaie, sigarette.  Cresce veloce pur senza volontà.  Longeva, elegante, sobria. Compie  il suo lavoro quotidianamente,  dritta, senza movimenti o bizzarrie.  Decorativa e ombreggiante  presidia il Castello Sforzesco,  dove regala ristoro estivo salutare.  Osserva dall’alto del suo fusto,  anche 20 metri, studenti che  bigiano la scuola. Amanti che sospendono  i patti sacri, venditori  di sciarpe e cappelli, code infinite  di giapponesi all’assalto del Museo  d’Arte Antica. All’anagrafe il  nostro primo incontro arboreo è  un Acero riccio, d’indole dura e  penetrante, severo, come la dottoressa  che attraversa il Parco  Sempione, Central Park meneghino,  con le scarpe da ginnastica,  i tacchi di ricambio che sbucano  dalla borsetta, correndo quasi  avesse le ali, sotto i frastagliati alberi  del cielo, gli Ailanti che arrivano  dall’Asia ma solo quelli ermafroditi,  senza il polline per  non aumentare le allergie della  città.  La signorina va di fretta e la vede  passare il vecchio seduto sulla  panchina di legno verde, ciò che  rimane di un arredo urbano garbato,  fatto di materiali veri, il ferro  e il legno, ora quasi del tutto  sostituito da orpelli in plastica,  dicono, più funzionali. Sopra il  cranio imbiancato dell’uomo veglia  una Catalpa dal tronco tozzo  e ricurvo, generosa nell’offrire i  suoi frutti simili a leguminose  pendule, a sigari, capsule che tengono  lontane le zanzare. L’uomo  aspetta altri come lui, con mani  ritorte come radici e nervature  evidenti sulle gambe, staranno  insieme alcune ore a dissertare  di politica e lanciare bocce verso  il pallino, senza accorgersi del Cipresso  calvo o di palude, originario  del Mississippi, alto e maestoso,  che cresce vicino alle acque  salmastre. Se sopravvive a lungo,  arriva a 46 metri di altezza, cambiando  colore di chioma al passaggio  delle stagioni. Ruggine, la  più bella.  S’intuisce a distanza il forte magnetismo  dei Bagni Misteriosi,  una delle sculture più grandi di  De Chirico. Nel giardino della  Triennale, l’Arte chiama l’Arte, e  la sospensione del significato rimanda  altrove. Guardando sempre  in su le chiome si moltiplicano,  tra Aceri, Faggi, Robinie. Percepisci  il Tiglio e speri che rassereni  gli animi con la sua essenza,  poi senti il Pino, balsamico e la  Quercia stabile e frondosa. Talvolta,  forse, materna e combattiva.  Di quercia in quercia si arriva  in Via Palestro, i Giardini Pubblici,  che son di tutti, ancora speriamo  per molto. Bell’albero di  ghiande la quercia, forte, corposa.  La rossa americana, che adombra  più zone del parco, è ben  piantata. Ha forti ramificazioni  che intrecciano rapporti e sodalizi.  Come la rete a.  di lavoro che tesse  trame commerciali poco più  un là, nel centro brulicante di negozi.  La pianta è capace di ricucire  fessure e lacerazioni, cambiare  destinazioni, chiudere e riaprire,  seccare e rifogliare a primavera.  […]
[…] Continua Qui.
*
Un racconto appassionato ed appassionante. Gli alberi che custodiscono la storia delle nostre città e ne sono la memoria. La storia della città e delle persone che la abitano. Di chi scrive il tempo e lo veste di colore….
Buona lettura ! 🙂

[la cura delle parole]

15 marzo 2013

Da non perdere!

Regalatevi del tempo e dedicatelo a  “La cura delle Parole”.

Buon ascolto 🙂

[corpi di scarto]

21 febbraio 2013

 

Qui, per leggere la mia recensione del libro Corpi di scarto, di Elisabetta Bucciarelli

[visioni angolari]

4 novembre 2012

Visioni angolari.

Ci sono giornate che strappano.
Slegano, tagliano, sbattono.
Ci sono giornate che lacerano.
Lasciano senza forze.
Scuciono e tolgono i punti.
Serrano tutte le porte.

Ben Simon

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[ Scoperto su twitter, tramite Elisabetta Bucciarelli , che ringrazio di cuore.]

[il vizio di leggere]

2 maggio 2012
Il vizio di leggere.
Un vizio che mi appartiene da sempre.
Un vizio a cui non rinuncerei mai.
Proprio Mai.
La lettura mi ha salvata fin da bambina, in tempi in cui il buio sembrava volermi soffocare nelle sue spire.
Un vizio che vorrei contagiasse ogni essere umano sulla terra…perchè leggere è cibo ed energia per vivere e imparare dalla vita.
Ed ora che viviamo in tempi di crisi e ci sembra di non trovare la luce, la luce della cultura è la nostra àncora di salvezza…leggere, leggere per non trasformarci in esseri senza cuore, senza anima.

Un grazie specialissimo ad Elisabetta Bucciarelli per questo meraviglioso video.