Posts Tagged ‘michele serra’

[nicola piovani e michele serra]

14 ottobre 2012

La musica passiva fa male anche a te

La musica passiva è quella musica che non ho scelto io, ma che devo sentire per forza: o perché sto comprando l’insalata a un supermercato, o perché sto mangiando in un ristorante “à la pâge”, o perché sto facendo fisioterapia, o perché viaggio sul taxi di un tassista invadente, o perché faccio benzina in un self service, o perché sto sotto il trapano del dentista… e l’elenco potrebbe continuare. Sto parlando di quella musica diffusa ormai in molti ambienti pubblici, a basso volume, ma comunque invadente: il cosiddetto sottofondo, la musica da parati, una via di mezzo fra la musica “a palla” e il ronzio del condizionatore d’aria. All’inizio del secolo scorso Eric Satie teorizzò la pratica della “Musique d’ameublement”, musica d’arredamento. Provocava giocando, Satie: ma è successo spesso che provocazioni trasgressive delle avanguardie storiche sono poi diventate pane quotidiano della società consumistica. Nella musica da tappezzeria la qualità di quel che si trasmette è un dettaglio di poco conto, è un dato marginale. Sono anche capitato, soprattutto fuori d’Italia, in qualche albergo pretenzioso che nell’ascensore e nelle toilette diffondeva addirittura Mozart o Ravel: peggio che andar di notte. Al fastidio si aggiunge una sgradevole sensazione di blasfemia. In alcune trattorie, specialmente nell’Emilia delle terre verdiane, vengono addirittura diffusi e profusi brani d’opera, sempre a volume medio basso: Violetta che piange morendo di tisi, Calaf imprigionato che all’alba vincerà, Turiddu che prega la mamma. Nella maggior parte dei casi si diffondono canzoni i cui testi, in quei contesti, risultano a fatica decifrabili. E a soffermarsi nell’ascolto spesso si scopre che la voce in diffusione ci sta cantando un amore straziante, o un dramma sociale, o una protesta antisociale; mentre noi compriamo surgelati o arrotoliamo bucatini. Qualche volta mi faccio coraggio e chiedo al gestore se si può spegnere quel sottofondo. E magari, patteggiando, ottengo di abbassarne il volume. Ma poi ci rifletto, e mi rendo conto che il mio è un comportamento snob, involontariamente prepotente e cafone nei confronti di altri clienti, i quali invece spesso gradiscono quest’usanza dilagante. Lo so, è un mio capriccio quello che mi fa sperare in una normativa europea sulla musica passiva, simile a quella sul fumo passivo, e so anche che si tratta di un’ennesima battaglia persa. Perciò ormai mi limito a informarmi prima, e a evitare i ristoranti e i dentisti musicarelli. Amo molto la poesia delle canzoni, e proprio per questo mi avvilisce sentire il lavoro di colleghi, artisti e tecnici, mortificato al ruolo di rumore di fondo. Qualche tempo fa un gioviale chef mi illustrava le meraviglie di un culatello in un ristorante gioiosamente chiassoso e, fra il tintinnar dei brindisi e le vibrazioni dei cellulari sui tavoli, sono stato distratto dalla voce del grande Leonard Cohen che cantava il suo magnifico Halleluja: «Ho sentito che c’era un accordo segreto / Che David suonò per compiacere il Signore. / Ma a te non interessa la musica, vero?». Raffaele Viviani a suo tempo scrisse una poesia contro la posteggia, il canto dei suonatori ambulanti nei ristoranti napoletani: è una poesia intitolata “Facìteme magnà”, nella quale si lamentava in versi perché il suono dei mandolini lo deconcentrava dalla meraviglia dei vermicelli a vongole. Chissà cosa avrebbe scritto Viviani oggi, costretto a mangiare col perpetuo bordone del borbottio musicale che non dà tregua: i posteggiatori dell’epoca almeno ogni tanto facevano una pausa.

Nicola Piovani, da LaRepubblica del 13 0ttobre 2012

*

Sottoscrivo con entusiasmo la denuncia di Nicola Piovani contro la “musica passiva”, e cioè la musica non richiesta che ci assilla nei negozi, nei locali pubblici, negli ascensori, nelle spiagge, nelle piscine, sulle piste da sci eccetera eccetera. Ma sono piuttosto pessimista sugli esiti di una campagna civile che tenti di proteggere sia la musica, restituendola alla volontarietà dell’ascolto, sia le nostre orecchie assediate. Sono pessimista perché il “rumore di fondo”, esattamente come “il colore di fondo” (l’immagine onnipresente, dilagante, i video accesi sempre e ovunque) ha oramai assuefatto le nuove generazioni al punto di cancellare in loro il concetto stesso di silenzio e di vuoto. Ogni vuoto, ogni silenzio sono vissuti non come una libertà e una scelta, ma come un abbandono e una decurtazione. Si vive circondati da suoni e immagini perché farne a meno costringe a rimanere in compagnia del solo sé, nudo come si è nudi quando si è soli. Silenzio, solitudine, vuoto mi hanno procurato emozioni e felicità indicibili, ma dubito di riuscire a comunicarlo a chi è nato nella dittatura del rumore, dell’immagine, del sempre pieno.

L’amaca di Michele Serra, da LaRepubblica del 14 ottobre 2012

___________________

Le ultime tre righe della riflessione di Michele Serra alle parole di Nicola Piovani mi hanno convinta – una volta di più – che l’abitudine al Silenzio e all’Ascolto in Solitudine è dono in via di estinzione; nello stesso tempo la consapevolezza della difficoltà oggettiva a rendere complici i bambini e i giovani di questa grande opportunità, è chiara e visibile nel mio quotidiano. I bambini sono immersi e continuamente stimolati da immagini e suoni in qualsiasi momento della loro giornata e catturare la loro attenzione per veicolare l’apprendimento è un’impresa non indifferente e che, per certi versi, si sta dimostrando titanica.

Allo stesso modo noi adulti siamo costantemente sottoposti, come afferma Piovani, all’ascolto di suoni di cui possiamo fare volentieri a meno. Quante volte ci siamo trovati in situazioni come quelle descritte sopra senza averlo desiderato? Come se ogni nostra attività dovesse avere un sottofondo musicale conditio sin equa non…mentre un silenzio da bere a larghe sorsate avrebbe più facilmente riempito di colore il nostro vuoto…o no?