Posts Tagged ‘ugo riccarelli’

[le scarpe appese al cuore]

23 ottobre 2013

[…] Sette giorni che non ti vedo, da  quando, l’ultima notte abbiamo dormito abbracciati, io, tu, l’ossigeno e il tuo cavallino. Mi sono accompagnato qui, passando sopra le nuvole e in mezzo alla mia paura e per superarle mi sono immaginato  te e la nostra promessa di nasconderci nei nostri cuori. Ora dovrò buttare il mio nella spazzatura, probabilmente nello stesso posto dove sarei cascato io se tu non mi avessi sorriso. Sopra le nuvole ho visto tutto, e mi parli di te e delle cose che mi chiedi, delle malie che mi hai regalato quando eravamo bambini assieme, e tutto questo mi sembrava lontano. Quando ti ho detto che sarei andato via sei corsa a prendere il tuo cavallino e mi hai suggerito la vita, non il fiume dove non saprei nuotare. Ritornerò a regalarti lo stesso sorriso. Buonanotte. Dormo con il tuo amore imbronciato, nascosto sotto i miei tre cuscini inglesi. […]

[…] Oggi sei entrata nella mia stanza, come il vento in un deserto, in questa landa desolata che sono questi tre mesi qui attorno, reclamando la tua impossibilità di essere viva. Poi te ne sei andata lasciandomi in compagnia della tua disperazione a cercare di rincorrere il fiato per parlare. Forse non è a te che dovrei parlare, ma a me stesso, visto che sto scrivendo per sentire che esisto e che c’è qualcuno che esiste al di fuori di me. Del resto, in qualche modo, in questo periodo vivo cancellando persone e cose per poter fare piazza pulita di quello che ingombra il mio respiro. Allora ti vedo già affranta a pensare che in verità io voglio cancellare te. Non potrei, non vorrei. Non voglio, ma due punti estremi che si toccano provocano sempre un maremoto interiore e ora, piuttosto, vorrei esplodere come a volte sono esploso nell’amore, nel calore di una mano o di un sorriso. È da troppo tempo che io e te non siamo come ci vorremmo, liberi. Io non sopporto più nessuno, forse non sopporto più neanche me stesso e non so come fare, non ho nessun progetto oltre questo tentativo di vita, perché quello che vorrei fare non mi è permesso. Non me lo posso ancora permettere e così rumino me stesso in attesa di un’idea, vivo limitando i danni. Io non ti odio, odio la nostra incomprensione, questo tentativo d’amore continuamente frustrato, una risultanza d’amore. Siamo la terra di nessuno, soprattutto  di nessuno di noi. Outlandos d’amour.

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[…] Un giorno avrò la precisa sensazione di andare a sbattere contro la felicità, sai, come succede in certi film alla Lubitsch, dove in qualche modo già si intuisce cosa succederà al protagonista e il piacere sta nel vedergli fare quello che ci si era immaginati. Allora dovrei saper descrivere la luce strana che avrà quella mattina, l’improbabile e invece sicuro incontro tra i nostri percorsi, il tuo scivolare morbido verso la mia bicicletta nera. Tu sarai intinta di viola e avrai i giusti colori per intrometterti nell’autunno in cui capiterà quel giorno, l’autunno di queste parti, fresco e soleggiato. Avrai il sorriso luminoso che sarà giusto sia là, in quella giornata e tra quel sole. Attorno si spargeranno le nostre parole, contorni e leggeri ripari ai nostri pensieri che, in seguito, scopriremo uguali. Avessi il coraggio della mia vita ti abbraccerei e tu  probabilmente non rideresti di me, poseresti solamente il sorriso che desidero sulla mia gioia impudente, per me, appena rinato, e ascolteresti il gesto che tratterrò dentro con la stessa forza con cui eviterai di darmi il respiro che presto mi regalerai. Saremo teneri vigliacchi. O forse saremo ancora feriti e quindi in qualche modo increduli che possa esistere davvero il viola, il grigio, il sole e quell’autunno. Io, almeno io, rimarrò spaventato dalla luce o, meglio, mi spaventerà il risentire nel mio cuore nuovo la stretta di un’emozione che mi sconcerterà, perché avrà lo stesso sapore che cercavo. In quel momento avrò paura di perderti, di perdermi nell’incapacità di dirti la mi pura di essere felice, di poter essere troppo felice per avere, tutto insieme, il respiro e l’amore. Allora, dopo averti lasciato con una convenevole promessa, farò qualcosa che non ti dirò mai, una di quelle cose che stanno dietro i paraventi dei teatri, quei trucchi che il pubblico non vede ma su cui si regge lo spettacolo e il mondo va avanti. Andrò al Prato dei Miracoli e strapperò tre fili d’erba che mangerò con la stessa consapevolezza di quelli che masticai venti anni prima, davanti al Monte Rosa, nel pomeriggio in cui ebbi la certezza che avrei fatto troppa fatica a tenermi al vita e feci un patto con una pietra di montagna, sicuro che lei sarebbe esistita più di me che sapevo di non essere felice. Maria, mngerò quell’erba per pura di perderti e raccoglierò sul prato una pietrolina che porterò con me fino al giorno in cui non mi obbligherai a essere sicuro che sono vivo come è vivo quel sasso di montagna. Non la perderò, la rimetterò al suo posto il giorno dopo che mi bacerai la bocca con il tuo sorriso.

Ugo Riccarelli, Le scarpe appese al cuore (storia di un trapianto) – Ed. Feltrinelli

[ immagine di Misti ]

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[un mare di nulla]

14 ottobre 2013

 

Quando sbarcò in Africa, mio pare era già una sorta di mago, capace di estrarre a sorpresa quello che ogni persona tiene nascosto dentro di sé, nei taschini sconosciuti che cuciamo sotto la pelle delle mani, dietro gli occhi durante i sogni, nelle pieghe delle labbra. In quei ripostigli segreti era capace infilare le parole come una zingara ti avrebbe infilato le dita tra i fermagli della catenina d’oro, e forzare con una rosa di verbi o aggettivi ogni resistenza accarezzandoti con un complimento e coì costringerti al sorriso – anche se davanti avevi solo deserto e sassi, e pane o poco niente. I suoi grimaldelli erano proprio le prole, e parole le sue mani da prestigiatore con cui in fondo scriveva il mondo  e le cose e i desideri che, lui si immaginava, gli altri avrebbero voluto realizzare. […]

Ugo Riccarelli, Un mare di nulla – ed. Mondadori

 

[ immagine di Misti ]

[l’amore graffia il mondo]

7 ottobre 2013

Ivo se ne stava ben piantato dentro il ventre di Signorina. Aveva l’acqua intorno e dentro, e in quel brodo  tiepido si sentiva protetto e tranquillo. Ogni tanto uno scossone più forte lo faceva sobbalzare e se all’inizio s’era preoccupato di quei salti repentini, ben presto si abituò e anzi imparò a movimentare anche lui la monotonia della bolla liquida in cui si trovava, scalciando e agitando le braccia come se volesse nuotare. Là dentro giungevano rumori attutiti, a volte acuti o aspri, o bassi, profondi, e Ivo s’era immaginato che al di là della parete morbida della vescica che era la sua casa ci fossero tante altre bolle piene della stessa acqua in cui lui nuotava, dove vivevano altri esseri che suonavano quella musica curiosa fatta di bussi, di stridii, di armonie e trilli, di un linguaggio complicato e vario che lui amava stare ad ascoltare. Su tutti questi mondi regnava però un suono costante, che scandiva senza interruzione ogni momento del suo nuotare, ed era un battito ritmato, a volte lento, morbido e regolare, a volte accelerato e forte, ma sempre presente. Una compagnia, una presenza rassicurante. Un rifugio. A questi tu tump Ivo s’attaccò come a una parete di roccia, vi appoggiò la guancia per sentirne la qualità, per coglierne la vibrazione, li abbracciò e se li tenne stretti, e nel tempo che intanto trascorse, tempo che imparò  misurare proprio seguendo quei palpiti continui, riuscì a ingurgitarli come fossero il suo nutrimento, finché crebbe abbastanza da occupare tutta la sua bolla, e potè portarli oltre il suo rifugio, nel mondo dove la paura di Signorina lo scagliò, e dove li tenne per sempre dentro di sé sotto forma di musica.

Ugo Riccarelli, L’amore graffia il mondo – ed. Mondadori –  Premio Campiello 2013

Una stupenda lettura estiva, frutto del caso che mi ha portata in libreria in cerca di qualcosa di poetico e profondo di cui sentivo il bisogno, ma senza avere un’idea e senza titoli in mente.  Cercando tra gli scaffali,  sono stata attratta dalla copertina, l’immagine e i colori mi hanno subito conquistata, così l’ho preso tra le mani ed ho iniziato a leggere l’incipit – come faccio sempre quando mi accade questo tipo di fascinazione – ,e già solo la prima frase dell’incipit mi ha convinta ad acquistarlo. Racconta la storia di Signorina e della sua famiglia, una famiglia molto particolare con personaggi che si fissano nella memoria perché figli di un tempo perduto; è anche la storia dell’amore tra madre e figlio, un amore assoluto, viscerale; la storia di un donna che, come tante altre donne, rinuncia a se stessa per amore; una donna che sa essere più forte delle proprie fragilità. Non conoscevo Ugo Riccarelli prima di questo libro, o meglio un amico mi aveva consigliato di lui “Il dolore perfetto” [che nel frattempo ho letto, emozionandomi a lungo],  e questa è una grave mancanza. Ho scoperto un autore profondamente poetico, in grado di evocare con la sua scrittura immagini d’anima vivide e pulsanti; Ugo Riccarelli cuce le parole  con cura e sapienza amorevole, grande spessore umano e restituisce al lettore la gioia di leggere emozionandosi, cum-partecipando – quasi fisicamente –  alla storia. E di questi tempi così pieni di vuoto, penso sia come aver trovato un piccolo tesoro prezioso, di cui aver cura. Ve lo consiglio, per fermarsi, respirare lento e gioire della bellezza della scrittura che arriva “dritta al cuore”.

Qui, il sito dell’autore: www.ugoriccarelli.it